Il giallo del referendum

28 settembre -

 

sherlock

 

Un cittadino italiano qualunque – chiamiamolo Watson, tipico nome italico – un giorno si accorge dell’esistenza di un’iniziativa referendaria chiamata “Stop Austerità”. Il referendum non esiste ancora: perché diventi realtà servono le firme di 500 000 elettori italiani. Watson vorrebbe firmare, ma prima vorrebbe avere le idee più chiare. Non sa nulla di economia, e per una volta decide di informarsi senza l’aiuto del suo amico economista Sherlock, molto chiaro nelle sue spiegazioni che però si concludono sempre con un supponente e fastidioso “elementare, Watson”. Watson ha sentito in TV diversi politici parlare male dell’austerità. Sa che è qualcosa che ha a che fare con l’economia, che ce la chiede la Merkel, l’Europa e che piaceva a Monti (o almeno così dicono). “Ora tutti le danno addosso a quest’austerità, da Renzi a Grillo, ma nessuno sembra fare nulla”, pensa Watson. “E se ad agire fossero proprio i cittadini?”

Watson però è anche un deciso europeista. Crede nell’Europa unita e solidale, e con la sua firma non vorrebbe mai dare il permesso all’Italia di andare contro i vincoli accordati con gli altri paesi. Quindi per saperne di più va sul sito del referendum. Sulla pagina dedicata alla Rassegna stampa clicca su un video che lo preoccupa non poco. In questo video un giornalista spiega che il referendum “Stop Austerità” permetterà ai cittadini di scegliere se abolire o meno il Fiscal Compact. Panico. Quindi il quesito del referendum è abolire o meno il Fiscal Compact, cioè un patto stretto dall’Italia con gli altri paesi europei?

 

No, non può essere così. C’è qualcosa che non torna. “Se l’obiettivo fosse quello, i quesiti non sarebbero quattro, ma uno. E poi, se così fosse, perché il motto del referendum è ‘Riprendiamoci la crescita, riprendiamoci l’Europa’?”. Watson capisce che c’è bisogno di andare più a fondo. Ed ecco che scopre che il Fiscal Compact è un trattato internazionale, e che quindi non può essere abolito con un referendum. Inoltre, il Fiscal Compact non prevedeva che uno stato ponesse per forza il principio di pareggio di bilancio in costituzione: è stato il parlamento italiano ad optare per questo. La questione inizia a farsi più chiara.

 

Il referendum non vuole abrogare il Fiscal Compact, ma quattro punti di una legge italiana, legge 243 del 2012 (l. 243/2012). Questa legge 243 ha il compito di attuare l’articolo 81 della Costituzione, cioè quello stesso articolo che il Parlamento ha deciso di modificare per rendere a sua volta attuabile il Fiscal Compact! In poche parole gli stati europei, tra cui l’Italia, hanno deciso le linee generali su come condurre l’economia insieme, ma poi nello specifico ogni paese deve decidere, nel rispetto di queste linee generali (o vincoli) come agire. “È su questo che ci esprimeremo!” esclama Watson, soddisfatto di esserci arrivato.

 

Ora che ha capito il meccanismo, gli restano da capire i contenuti. Se il referendum non serve effettivamente a cancellare il Fiscal Compact, non è che sia sbagliato dire che ferma anche l’austerità? E se la ferma, come ci riesce? Watson inizia a capire qualcosa a cui non aveva mai pensato prima, e che sembra sfuggire anche al suo amico Sherlock ogni volta che gli parla di economia. Sembra che quando si parla di politica economica spesso si tenda ad ignorare che questa materia è composta anche dalla parola “politica”. L’austerità non è una verità assoluta, ma una scelta politica, che ha vantaggi e svantaggi, e che favorisce una parte della società rispetto ad un’altra. Watson capisce che per lui sono molto più importanti gli svantaggi dell’austerità: la disoccupazione crescente, l’aumento delle diseguaglianze, e le tasse che crescono. Il referendum non potrà certo risolvere tutti questi problemi come una bacchetta magica, ma potrà fare molto. La chiave sta nel concetto di equilibrio di bilancio, che è ciò di cui parla l’art. 81 della Costituzione e di conseguenza anche la legge 243/2012. I 4 quesiti, che sono molto tecnici, possono essere esemplificati in un dibattito teorico di grande attualità.

 

Esistono due correnti di teoria economica principali: quella neoclassica e quella keynesiana (che si divide a sua volta in diverse correnti, ma per Watson è meglio non complicarsi troppo la vita). I neoclassici vedono nel deficit di un paese (cioè nel fatto che le sue spese superino le sue entrate) una crescita nei prezzi e nei salari, visto che il deficit è dovuto o ad una maggiore spesa pubblica (più investimenti da parte dello stato, che portano più lavoro) oppure a una tassazione più bassa. L’aumento dei prezzi e dei salari porta a sua volta una diminuzione delle esportazioni e un aumento delle importazioni (se i beni italiani iniziano a costare di più, conviene comprare quelli di un altro paese). In questa prospettiva Watson si rende conto che è giusto mettere un limite molto stretto al deficit dello stato, e quindi il referendum non sembrerebbe sensato. Ma esiste anche un altro punto di vista, quello keynesiano, secondo cui il deficit dello stato non è inutile ma serve a stimolare la domanda in un momento di depressione. Diminuire le tasse o aumentare la spesa pubblica dando lavoro, porta i cittadini ad investire maggiormente i loro risparmi in quell’arco temporale in cui altrimenti spenderebbero molto meno, costringendo le imprese a produrre meno oppure direttamente a chiudere, licenziando non pochi lavoratori (aumento della disoccupazione). Per impedire ciò, quindi, lo Stato dovrebbe avere un minimo di libertà di manovra.

 

Il nuovo art. 81 della Costituzione, quello sul pareggio di bilancio, ha tenuto ben conto di questo punto di vista. Infatti recita che “il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, lasciando perciò allo Stato la possibilità di indebitarsi in una fase economica di depressione.  Ma, come Watson ha ormai capito, l’articolo della Costituzione non è sufficiente a spiegarci cosa lo Stato può effettivamente fare o non fare: bisogna andare a vedere la legge che “mette in atto” questi principi costituzionali, cioè la legge 243 del 2012. Questa legge, nell’affrontare questioni molto tecniche, supera i vincoli europei, rendendoli ancora più stringenti. Per questo si vogliono eliminare col primo quesito due “almeno”: nella legge si dice che lo Stato italiano deve rispettare “almeno” i vincoli europei, lasciando quindi il campo aperto a politiche di austerità più stringenti. Col secondo quesito si va a toccare invece un obiettivo stabilito in sede europea: il bilancio dev’essere in pareggio nel medio termine, cioè le entrate devono essere uguali alle uscite in una prospettiva temporale di circa 5 anni. I governi europei tuttavia avevano previsto quanto ciò fosse difficile per gli stati con grossi buchi di bilancio, e per questo hanno previsto dei meccanismi tali da permettere un aggiustamento più graduale. La legge 243 però elimina questa possibilità, facendo corrispondere il principio di pareggio di bilancio con l’obiettivo di medio termine. Col referendum questo punto sarebbe abrogato, permettendo dunque all’Italia un rientro graduale nel pareggio di bilancio di medio termine.

 

Il terzo quesito abroga invece l’art. 4 comma 4, che sembra contraddire il testo dell’art. 81 stesso. Mentre nell’art. 81 si consentiva l’indebitamento a seconda delle fasi del ciclo economico, l’art. 4 (assieme all’art. 6, a cui l’art. 4 rimanda) consente l’indebitamento solo nel caso di eventi straordinari quali le gravi crisi finanziarie e le calamità naturali. Qualcuno potrebbe ribattere che includere tra gli eventi straordinari anche le crisi finanziarie corrisponda al rispetto delle fasi del ciclo economico. Il problema che causerà non pochi dibattiti (qualora il referendum non vada a buon fine) sarà proprio la definizione di quel “gravi” che, come abbiamo visto, può essere soggetto a diversi punti di vista come qualsiasi concetto economico.

 

Il quarto e ultimo quesito è quello che ha permesso di far passare nel mondo del giornalismo il referendum come un voto per abolire il Fiscal Compact. Togliendo, come prevede il quesito numero quattro, le parole “e dagli accordi internazionali in materia” dall’art. 8.1 della legge, si permette all’Italia di svincolarsi dai meccanismi di correzione delle politiche di finanza pubblica previste dal Fiscal Compact. In poche parole, quando l’Italia – come ogni altro paese europeo – “sfora”, si trova costretta ad applicare delle politiche che correggano lo sforamento, che possono essere ad esempio più tasse o una riduzione della spesa pubblica (sì, come secondo il paradigma neoclassico). Ma chi decide cosa vuol dire “sforare”? Ovvero, chi decide la soglia per il debito di un paese? Secondo la legge 243 a deciderlo sono le leggi europee e i trattati internazionali (tra cui il Fiscal Compact, come ormai Watson sa bene). Eliminare questa piccola frase permetterebbe di sottoporre l’Italia solo ai vincoli europei per quanto riguarda i meccanismi di correzione.

 

Qui si conclude il breve viaggio di Watson nel mondo dell’economia e della politica italiane ed europee. Rethinking Economics Italia, che ha deciso di non schierarsi a favore né contro il referendum, considera tuttavia necessaria una riflessione su di esso e sulle novità che può portare al dibattito di politica economica, sia in Italia sia in Europa. Vedere l’economia sotto gli occhi di un paradigma diverso, come quello proposto dal referendum, forse non porterà il nostro paese fuori dalla crisi, ma di certo aiuterà a comprendere come l’economia sia un processo democratico, e non una scienza esatta governata da tecnici in grado di risolvere ogni problema, semplicemente prescrivendo ricette. Il 5 maggio abbiamo pubblicato assieme a studenti da tutto il mondo un manifesto per promuovere il pluralismo teorico nell’insegnamento dell’economia. Questo referendum, per il dibattito che porterà in caso di successo, potrebbe essere un passo avanti in questa direzione.