Una risposta a “La favola dell’euro”.

11 giugno -

euro

 

La moneta unica è al centro di numerose polemiche alla luce della recente crisi economica e finanziaria e dalle politiche economiche che poco hanno fatto, secondo l’opinione di alcuni, per contrastarla.

 

Tuttavia, dobbiamo sgombrare il campo da fraintendimenti e malintesi, sempre nel rispetto dell’opinione di tutti e nella consapevolezza che non esiste una Verità, ma che insieme si può contribuire ad avvicinarsi a una migliore comprensione degli eventi.

 

L’articolo “La favola dell’euro” mette in risalto dei punti piuttosto interessanti, cari a chi sostiene politiche economiche di tipo keynesiano, recenti in questo periodo di ciclo economico negativo. Questo articolo di risposta non si propone di criticare l’impostazione keynesiana, dato che anche l’autore di questa risposta è d’accordo su una politica economica più proattiva e anticiclica in fase di crisi, ma suggerisce alcune precisazioni di tipo economico e politico.

 

Pertanto, i pareri e le precisazioni presentati saranno di due tipi. I primi, strettamente di carattere politico, riguarderanno in particolare l’UE, l’UME e l’aspetto politico dell’Euro. I secondi saranno di carattere economico, e in particolare verteranno sulle conseguenze economiche di una politica keynesiana condotta in maniera disomogenea dai paesi dell’UE.

 

A proposito dell’obiettivo dell’Unione di fare dell’euro la più stabile valuta del mondo, gli autori dell’articolo de “La favola dell’Euro” scrivono:

 

«Per fare ciò, l’UME è stata costruita in modo tale che i paesi aderenti non possano finanziare i propri deficit tramite una banca centrale, e debbano rispettare un vincolo che pone un massimo di 3% di deficit e 60% di rapporto debito pubblico/PIL, come recita il Trattato di Maastricht del 1992. Quest’accordo è stato ampliato e rafforzato nel 2012 dal c.d. Fiscal Compact, che tra le varie misure ha imposto il principio del pareggio di bilancio in costituzione e la riduzione al ritmo del 5% annuo, entro 20 anni, del debito pubblico di quei paesi il cui rapporto con il PIL supera il vincolo di Maastricht.»

 

Il progetto di una valuta comune nasce dunque nel 1992 con il Trattato di Maastricht, nel quale vengono proposti anche i famosi criteri, tra cui un deficit inferiore al 3% annuo e un debito pubblico non superiore al 60% del PIL, così come evidenziato nell’estratto qui sopra. Questi parametri sarebbero stati ripresi e inaspriti nel 2012 con la firma del trattato di “Fiscal Compact”, nel quale si prevede un rientro forzoso del debito pubblico entro 20 anni a un ritmo del 5% l’anno, e l’inserimento preferibilmente in rango costituzionale della norma sul pareggio di bilancio. Questo trattato è stato firmato e ratificato da tutti i paesi UE tranne il Regno Unito, storicamente contrario a qualsiasi tipo di restrizione in campo economico e finanziario, e la Repubblica Ceca.

 

In Italia, in seguito alla ratifica del trattato, è stato scelto di inserire la norma del pareggio di bilancio a livello costituzionale, secondo l’iter aggravato (art. 138 Cost.) modificando l’art. 81 Cost., che recita:

 

«Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.

 

Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.»

 

Ne derivano due considerazioni importanti. La prima è che l’art. 81 cita “equilibrio di bilancio” e non “pareggio di bilancio”. Anche se può sembrare un’inezia, si tratta di una sfumatura importante, perché questa espressione permette più flessibilità interpretativa. Finezze a parte, è senza dubbio più importante la seconda considerazione, ossia che questa norma sia stata votata dai due rami del Parlamento senza provocare un dibattito civile di nessun tipo. Per una norma che condiziona significativamente le scelte economiche di un paese, la mancanza di un dibattito, nonostante non privi la norma di legittimità e di autenticità, è demoralizzante. Autenticità, d’altronde, che deriva dal fatto che la norma è stata votata dal Parlamento Italiano, e non imposta nell’ordinamento da qualche organismo sovranazionale. Se ci sono state pressioni, queste saranno state di tipo indiretto.

 

Il problema, dunque, non è tanto che queste misure economiche ci siano state imposte da un’Europa troppo “germanica”, ma piuttosto che norme di questo genere siano state recepite all’interno dei sistemi giuridici – anche a livello costituzionale – europei senza che ci sia stato un dibattito democratico in tal senso – un effetto della tecnicizzazione della politica da non sottovalutare. Norme economiche di stampo neo-liberista sono state recepite in tal modo perché percepite come scientificamente esatte: apparentemente, non c’erano alternative.

 

Ancora, gli autori aggiungono:

 

«La moneta unica può essere considerata a tutti gli effetti “privata”, poiché la sua creazione risponde alle esigenze del settore finanziario e il suo valore è mantenuto elevato proprio per assecondare le esigenze di profitto di questi ultimi. La rottura del trait d’union fra il Tesoro di ogni paese membro e la sua Banca Centrale (e quindi la mancanza del legame stesso con la BCE), ha portato le politiche fiscali dei paesi ad essere interamente determinate dalle decisioni di portafoglio degli istituti finanziari che intervengono sul mercato primario (Mosler, 1998), dal momento che il fabbisogno dei governi non può essere coperto in via residuale da moneta della Banca Centrale

 

Alla luce della crisi economica generata negli Stati Uniti, i governi europei avevano due scelte. O far fallire le banche insolventi, come è successo negli USA con la Lehman Brothers; o salvarle aumentando il proprio stock di debito pubblico.

 

In questo caso, si è dovuto prima valutare che cosa volesse dire il sistema interbancario per l’Europa, e perché gli USA avessero avuto molti meno dubbi davanti alla possibilità che qualche banca potesse fallire, assicurando i soli conti correnti dei risparmiatori.

 

Prima di addentrarci in questo tema, però, bisogna ricordare che il fallimento di Lehman Brothers ha generato un ampio dibattito negli USA e nel mondo tra chi era a sostegno del salvataggio perché sostanzialmente la banca d’affari era “too big to fail” e chi, invece, riteneva impossibile alcun tipo di intervento governativo in quelle situazioni.

 

A riguardo della prima posizione, dice J.-P. Fitoussi, “[i]l fallimento di Lehman Brothers fu un evento sistemico, nel senso che, a ondate successive, fu sul punto di portare al crollo del sistema. Erano poche le grandi banche e imprese del mondo a non avere un conto Lehman Brothers. Soltanto allora le autorità americane realizzarono che una banca d’affari di quel tipo era too big to fail. Naturalmente le Banche centrali raddoppiarono gli sforzi per fornire liquidità al mercato e gli Stati si premurarono di dichiarare che non avrebbero permesso a un’altra banca di fallire, ma il danno era fatto: la diffidenza generalizzata che si era impadronita degli investitori finanziari non poteva che peggiorare.” [1] Infatti, se salta la fiducia tra le banche, si irrigidisce il mercato dei prestiti interbancari, e molte operazioni di credito agli sportelli non possono essere garantite. Questo ha generato un blocco della liquidità tra le banche, cui nulla ha potuto il forte gettito della Fed, perché nessuna banca si esponeva a prestiti verso le altre banche. Per fortuna negli USA le imprese hanno anche la possibilità di finanziarsi tramite il mercato, in maniera indipendente dalle banche, limitando leggermente gli effetti negativi scatenati da un evento di tale portata.

 

D’altro canto, il fallimento di Lehman Brothers era avvenuto per dei motivi semplici. Un certo tipo di capitalismo finanziario scellerato aveva portato all’implosione. Davanti a questo tipo di condotta moralmente screditabile, c’è chi nella Fed non se l’è sentita di esporsi per salvare il naufrago. Ad esempio, il chair della Fed, Ben Bernanke, più volte ha ribadito questo punto: la Fed non poteva prestare soldi dei contribuenti senza un’adeguata garanzia di rientro [2].

 

Dibattiti a parte, il fallimento di una banca di grande portata ha delle conseguenze stravolgenti sull’economia reale, proprio per il canale che lega banche e credito, e quindi a situazioni reali. Questo è ancora più vero per l’Europa, dove tutto il credito passa per le banche.

 

Onde scongiurare una recessione immediata dovuta alla violenta restrizione del credito da parte delle banche, i governi degli Stati europei – quello italiano, in particolare – hanno deciso di far garantire lo Stato per le banche, con il proprio debito pubblico. Questo ha generato un “abbraccio letale” tra le banche e lo Stato, poiché le banche hanno in secondo tempo acquistato i titoli pubblici con cui gli Stati le hanno salvate.

 

Ecco perché le banche italiane possiedono ingenti quote di debito pubblico italiano (cosa che, tra l’altro, non è una novità dell’euro: anche con la lira, questo è un fenomeno che è sempre esistito). Non è tanto il fatto che la Banca Centrale Europea (BCE) non possa comprare questo debito sovrano che fa dell’Euro una moneta privata. Questo debito è in mano ai privati perché lo Stato lo ha emesso per salvare i privati stessi, onde evitare una tremenda recessione. Lo stesso debito è stato successivamente comprato da quei privati sul mercato secondario come contropartita di quel salvataggio, proteggendo così lo Stato che si era esposto in prima persona.

 

Questo di per sé non porta alla conclusione del fatto che l’euro sia una moneta privata. Innanzitutto, la politica monetaria è prerogativa sovrana della BCE, banca centrale e pubblica, con tutto ciò che ne consegue. Secondo, anche se le banche adottassero una posizione forte vendendo tutti i titoli in loro possesso (e non lo farebbero, perché quei titoli rendono molto bene), ci sarebbero dei meccanismi di tutela come l’ESM e l’EFSF pronti a intervenire. Terzo, la decisione di garantire per le banche è stata una decisione politica presa per scongiurare il peggio nel breve periodo, evitando, oltre alla forte contrazione dei consumi, anche ripercussioni psicologiche sui risparmiatori. Sono scelte criticabili, ma restano scelte politiche e, di conseguenza, pubbliche.

 

Continuano, gli autori:

 

«Risulta chiaro, a questo punto, come la struttura dell’UME sia profondamente avversa agli interventi fiscali  e monetari  di stampo keynesiano.»

 

L’UME è un mezzo nelle mani dei policy-makers, che la utilizzano in base alle politiche economiche che intendono portare avanti. È vero, l’attuale struttura, modellata da politiche economiche mainstream, potrebbe non essere adatta a politiche economiche keynesiane. Ma ciò non vuol dire che non potrà mai esserlo, nel senso che un cambio di linea nella politica economica genererebbe quelle modifiche e aggiunte strutturali di cui l’UME ha bisogno per politiche di tipo diverso. In questo senso, è un’istituzione che va modificata e migliorata, non che va abolita perché strutturalmente inadatta.

 

L’articolo si volge quindi al mercato del lavoro:

 

«Continuare a insistere sulle politiche di consolidamento fiscale e sulla flessibilità in uscita e in entrata nel mondo del lavoro, pur mitigata con interventi di “flexsecurity”, è insufficiente e profondamente erroneo. Il Jobs act di Matteo Renzi, infatti, si basa su politiche economiche c.d. “supply side”, mirate cioè a intervenire dal lato dell’offerta. Le politiche dal lato della domanda sono considerate dalla maggior parte del mondo accademico dannose e fonte di espansione del debito pubblico, quindi distorsive della libera concorrenza

 

Il mercato di lavoro italiano è un panorama estremamente complesso, che, come tutti i mercati del lavoro, deve tenere conto del contesto in cui opera. Il contesto è quello della globalizzazione e della competitività internazionale, una dura realtà che mette un paese assistenziale come l’Italia di fronte ai limiti del proprio sistema produttivo, oltre al contesto europeo, dove la libertà di spostamento per capitali e persone è garantita dai trattati. Per quanto siamo d’accordo che una politica economica keynesiana preferirebbe intervenire dal lato della domanda, soprattutto in questa fase di ciclo economico negativo, questo non esclude un intervento dal lato dell’offerta. È fuor di dubbio che riforme dal lato della domanda sono necessarie per rallentare la disoccupazione e rilanciare i consumi nel breve periodo. Ma le riforme dal lato dell’offerta migliorano la competitività del lavoro italiano nei confronti della competizione internazionale e lo preparano meglio al medio periodo. La competitività del nostro sistema produttivo ha bisogno di riforme mirate perché mancano quelle forme di protezionismo che ne garantivano la sopravvivenza, in particolare dell’apparato industriale. L’appartenenza all’UE implica il divieto di politiche basate su dazi e quote. Sarebbe auspicabile, pertanto, portare avanti tutte e due le riforme contemporaneamente, nella convinzione che entrambe siano di giovamento alla situazione italiana, anche se l’una dovrebbe essere mirata al periodo più immediato, e l’altra negli anni a venire.

 

Riguardo alla discrezionalità dei deficit, è stato scritto:

 

«Il problema degli economisti e dei politici che si scagliano contro gli elevati debiti pubblici è che non capiscono che i deficit non sono discrezionali, ma frutto di variabili interne all’economia che non sono pienamente controllabili dall’autorità governativa: quando la crisi è scoppiata, l’aumento della disoccupazione ha fatto calare il gettito fiscale e aumentare le spese per “stabilizzatori automatici” (cassa integrazione e altri “sussidi per la disoccupazione”), i quali hanno portato a un aumento considerevole dei deficit governativi. Inoltre, coloro che si scagliano contro il debito e il deficit pubblico eccessivo sembrano ignorare (consapevolmente?) che le misure di austerità hanno peggiorato il rapporto debito/PIL, a causa della riduzione della domanda globale che inevitabilmente queste hanno comportato. L’andamento è evidente e non si presta a fraintendimenti.»

 

Qui il discorso andrebbe inserito nel contesto dell’Unione Europea. La verità è che ci troviamo dentro un esperimento di zona economica e monetaria per la prima volta. Non possiamo pensare che, a livello macroeconomico, un aumento del deficit in uno Stato possa avere conseguenze per quello Stato e basta. Il fatto che non sussistano dazi di alcun tipo, o, meglio ancora, che più paesi adottino la stessa valuta, crea delle condizioni ambientali diverse da quelle dello Stato sovrano che può proteggere la propria economia.

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Un esempio curioso è il caso francese. All’indomani della crisi, il governo francese ha deciso di aumentare il proprio deficit per sostenere i consumi, soprattutto nelle fasce più deboli. Il deficit nel 2009 era del 3,3% rispetto al PIL, mentre nel 2010 è salito al 7,5% del PIL. In parte questo rapporto è dovuto al calo del PIL stesso, verificatosi in Francia nel 2009 (-1,7%), ma la maggior parte del deficit è stato speso per rilanciare i consumi. Il risultato è stato duplice. Da un lato, in un clima di incertezza, molti consumatori hanno deciso di aumentare la loro capacità di risparmio, trattenendo il denaro ricevuto. Dall’altro, la disponibilità di maggiore ricchezza ha fatto sì che le scelte di acquisto di molti consumatori si dirottassero verso beni importati (soprattutto tedeschi), i quali, in un contesto di zona economica e monetaria comune, si sono posti sul mercato francese a dei prezzi competitivi e hanno attirato i consumi di molti privati, nonché molti consumi pubblici vincendo gare d’appalto per la fornitura di macchinari (così come teorizzato dal Modello Mundell-Fleming). La politica, dunque, ha comunque dato un esito, seppur al di sotto delle aspettative, soprattutto per quello che ha comportato a livello di sforamento dei limiti europei.

 

Con questo – lo ripetiamo – non si vuole criticare le politiche keynesiane di rilancio della domanda, politiche che condividiamo e che riteniamo necessarie in un momento come questo. Al contrario, si invita semplicemente a una riflessione riguardo al fatto che politiche di questo tipo prese singolarmente in un paese non portano completamente gli effetti sperati, e contribuiscono principalmente ad aumentare il deficit di quel particolare paese. In una tale situazione, politiche di stampo keynesiano sarebbero soddisfacenti solo se prese da tutti i paesi UE.

 

La scelta di tenere i deficit al 3% era una scelta politica figlia del calcolo di rientro nel debito pubblico al 60% del PIL. Ma è anche una scelta che eviti una rincorsa ai deficit in un tentativo di rilancio dei consumi e che non può avere effetti prevedibili in un mercato comune senza protezioni. I deficit sono discrezionali, ma non è detto che la loro non-discrezionalità cambierebbe la situazione. Sempre che queste politiche non siano prese a livello centralizzato, spostando i fattori di protezione dell’economia a livello europeo (il che avvicinerebbe più la situazione europea a quella statunitense, dove l’economia nazionale è molto protetta verso l’esterno). Ancora una volta, si tratta di una scelta politica più che economica.

 

Ci si augura, pertanto, che la volontà politica porti ad un’azione politica europea di sforamento del deficit, dopo tanti anni di austerità, per cercare di rilanciare i consumi e riavviare possibilmente l’inflazione.

 

Quanto alla fissazione del salario, si scrive:

 

«Il governo, per agire in questo modo, dovrebbe fissare il salario (quindi il prezzo del lavoro) e lasciare fluttuare la quantità dei lavoratori da assumere a seconda del livello di disoccupazione. Così facendo, il governo contribuirà a mantenere i salari a un determinato livello di base, che diventerà quello di riferimento dell’economia. Allo stesso tempo, contribuirà alla stabilità dei prezzi, poiché fissando il reddito ancorerà i costi, evitando così che esso provochi una rincorsa salari-prezzi e una probabile fonte di inflazione

 

Ma fissare un salario vuol dire introdurre un salario minimo. Ancora una volta l’esempio francese ci aiuta a comprendere come la fissazione dei salari non aiuti a diminuire la disoccupazione. Da quando è stato introdotto nel 1950, il Salaire Minimum Interprofessionnel de Croissance (SMIC) è da indicizzare ogni 1° gennaio. L’indicizzazione non garantisce la stabilità dei prezzi. L’introduzione del salario minimo in Francia ha generato delle rigidità nel mercato del lavoro francese che neanche con la riduzione graduale del cuneo fiscale si è riusciti a risolvere. Il risultato è che, neanche nei tempi migliori prima della crisi del 2008, il tasso di disoccupazione francese è sceso sotto una certa soglia soddisfacente (mai sotto il 7%).

 

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Dopo la crisi, questo non ha comunque contribuito ad attenuare il tasso di disoccupazione. Lo SMIC è ora in discussione, almeno in parte, per un’eventuale modifica, dato che la sua sostenibilità è sempre più a rischio.

 

Con questo non si sta facendo una critica contro l’idea di salario minimo, grande conquista di civiltà in uno Stato di diritto, ma si sta invece sottolineando che l’introduzione di un salario minimo non aiuta necessariamente a diminuire la disoccupazione, a causa delle rigidità che crea nel mercato del lavoro. In un contesto di mercato e di valuta comuni, la sostenibilità di questi meccanismi fondamentali nei confronti della disoccupazione va rivista. A tal proposito, un progetto interessante potrebbe essere quello della “flexsecurity” danese, o  una rimodulazione del salario minimo stesso. Si tratterebbe comunque di scelte politiche.

 

Due punti riguardo la struttura dell’Unione Europea andrebbero sottolineati. Scrivono gli autori:

 

«Tutte queste proposte si scontrano con la struttura dell’intera Unione Europea (non solo l’UME, come alcuni sostengono) che si fonda su paradigmi che vedono l’intervento dello Stato come distorsivo dei meccanismi di mercato. Non è un caso che il trattato di Roma vieti gli aiuti di Stato all’economia (salvo deroghe) perché impediscono, limitano o falsano la libera concorrenza.»

 

E:

 

«L’idea di un’unione di Stati europei, teorizzata dai prigionieri politici confinati dal fascismo nell’isola di Ventotene, al fine di evitare il ritorno dei totalitarismi e dei particolarismi nazionali è, e rimane tuttora, un’idea rivoluzionaria. Tuttavia, al pari delle grandi rivoluzioni come quella russa in campo politico e quella keynesiana in campo economico, anche la costruzione dell’Europa Unita è stata tradita. Lo spirito egualitario, inclusivo e partecipativo è stato sostituito da un agglomerato di istituzioni finanziarie non rappresentative dei popoli europei, ma degli interessi dell’1% della popolazione che detiene la maggior parte della ricchezza finanziaria.»

 

Sicuramente ci troviamo a un punto di minimo storico per quanto riguarda l’integrazione europea. La politica di austerità imposta a molti paesi membri ha generato una diminuzione del tenore di vita, soprattutto per le fasce medio-basse, da non sottovalutare in una comunità che si basa sulla tutela dei suoi membri. Tuttavia, va ricordato che il processo d’integrazione europea è da sempre stato un processo alquanto complicato, che ha vissuto alti e bassi e che spesso si è trovato di fronte al disfacimento completo, prima di un balzo in avanti per affermare maggiore integrazione. È la particolarità della storia europea, crocevia di interessi tra i più disparati, ma consapevole della forza che quest’unione le dà, così come dei progressi fatti fianco a fianco.

 

L’Europa economica, con tutte le sue debolezze, fa parte di un progetto d’integrazione che si è arenato per motivi politici, in balìa di euroscetticismi e di disfattismi massimalisti. L’Europa nasce come unione politica, e finché la politica non si occuperà di gestire meglio anche l’unione economica e monetaria, non si potrà accusare solamente l’economia. Anche se debole, comunque l’Unione Europea non vede i suoi principi del tutto traditi. Il problema non è l’Europa sovranazionale, ma la paura degli Stati a livello nazionale. La costruzione di una BCE “alla tedesca” è stata frutto di un accordo, di un negoziato, non di un’imposizione tedesca. Spetta alla politica riannodare i fili che si sono slacciati con la crisi economica e finanziaria partita nel 2008. In questo senso, gli Stati membri sono tutti ugualmente responsabili di questa situazione, più della BCE o di altri meccanismi. Sono stati loro a non aver dotato le istituzioni comunitarie dei giusti mezzi o del giusto indirizzo politico, loro a non prevedere che la gestione di una politica monetaria comune e di politiche fiscali ed economiche nazionali fosse inefficiente. È dalla modifica di queste istituzioni, non dal loro abbandono, che gli Stati membri devono ripartire.

 

Anche l’euro è partito come un progetto politico, dove si doveva creare una valuta forte e affidabile che un domani avrebbe portato a una maggiore integrazione politica, oltre a una valuta che si potesse affermare con importanza nelle transazioni internazionali e che dovesse concorrere con il dollaro USA come moneta di riserva internazionale. In questo contesto, un limite a tutto ciò che potesse svalutare oltremodo la moneta andava messo, anche per non mettere in discussione la credibilità della valuta stessa. È vero che “ogni Stato emettitore della propria valuta può sempre ripagare il proprio debito pubblico”, ma è altrettanto vero che in un contesto di moneta sovranazionale, o si disloca, in qualche modo,  anche il debito pubblico a livello sovranazionale (soluzione politica degli “eurobond”), oppure un discorso del genere sarebbe assolutamente limitante per la nuova valuta. Non sono ipotesi realistiche per un’area economica che è tra le prime posizioni per scambi commerciali al mondo. Per non parlare delle conseguenze che ciò avrebbe sui risparmi privati e sulla fuga di capitali all’estero o in valuta forte.

 

Anche uscendo dall’euro, ci sembra difficile sostenere che le cose cambieranno, che gli stati membri non incorreranno negli stessi errori di prima. Sono stati i parlamenti democraticamente eletti degli Stati membri a ratificare i trattati di nascita delle Comunità, a volere questa Europa, non dimentichiamocelo. Non è l’Europa ad aver tradito i suoi ideali, ad aver stravolto quel progetto pluralistico per cui Spinelli aveva dato tanto. È il mondo intero ad essere cambiato. Dalla caduta del muro di Berlino, il neoliberismo ha regnato sovrano per vent’anni: Europa o meno, avremmo probabilmente commesso tutti gli stessi errori [3].

 

Infine, un’ultima parola va detta sulle funzioni delle Comunità Europee e sul Trattato di Roma. La giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea ha sempre ribadito quanto le Comunità (oggi Unione) siano Comunità di diritto. Oltre ai Trattati, anche su questa giurisprudenza si svolge l’operato delle istituzioni europee. All’apparenza queste istituzioni possono sembrare tecnocratiche e lontane dal cittadino, avendo comunque (o dovendo avere) l’obiettivo di sottolineare il principio del diritto. Ed è grazie a questo principio che da sempre la Commissione Europea combatte i grandi monopoli, finanziari e non. Un esempio datato potrebbe essere quello della maximulta inflitta a Microsoft per due anni consecutivi. Oppure, più recentemente, gli interventi di fissazione dei prezzi del traffico telefonico a livello europeo. Ormai sono talmente numerosi gli ambiti in cui interviene l’antitrust europea, che ne diamo per scontata la presenza. Come in tutti i processi di aggregazione dal basso, anche l’Unione Europea ha i suoi momenti buoni e meno buoni, restando, però, forte del costante dialogo politico che inevitabilmente ne condiziona l’indirizzo. Allo stesso modo, il Trattato di Roma (oggi recepito nel TFUE) impone agli Stati di non intervenire nell’economia, ma specifica anche tutta una serie di eccezioni (art. 87.2 TFUE), volte soprattutto al sostegno territoriale dell’economia. Questo a dimostrazione che quel tipo di divieto era dovuto per evitare fenomeni di concorrenza sleale all’interno del mercato unico (fenomeni come il dumping), più che sottrarre agli Stati competenze preziose a vantaggio dei tecnici.

 

Proprio perché l’Unione Europea si fonda sul diritto, è prerogativa delle istituzioni europee assicurare il benessere dei propri cittadini, soprattutto dopo l’ampia cessione di poteri, che, di fatto, pongono le sorti dell’UE intera davanti a un bivio. O continuare con l’integrazione, migliorando le norme che riguardano l’UME e la BCE, cercando – per quanto sia difficile – di trasferire la capacità sovrana di formulare la politica economica a livello centrale, nelle mani di una Commissione legata al Parlamento da un sottile rapporto di fiducia; oppure stare a guardare, e retrocedere, allo stesso tempo, davanti alle forze dilanianti della crisi economica e finanziaria e dell’euroscetticismo. Al centro della discussione c’è l’euro, che, come l’UE, è un percorso comune di crescita e integrazione oltre gli egoismi nazionalisti e le dialettiche muscolari: è una tappa di quel grande processo di Unione di cui i cittadini europei sono i protagonisti e non i sudditi.

 

Ringrazio Michele Cantarella, Nicolò Fraccaroli e Marco Schito per i suggerimenti.

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[1]  J.-P. Fitoussi, Il Teorema del Lampione, Einaudi, 2013

 

[2]  A. Clark, “Lehman Brothers rescue would have been unlawful, insists Bernanke”. Disponibile su http://www.theguardian.com/business/2010/sep/02/lehman-bailout-unlawful-says-bernanke

 

[3] N. Birdsall & F. Fukuyama, “The Post-Washington Consensus”. Disponibile su http://www.foreignaffairs.com/articles/67456/nancy-birdsall-and-francis-fukuyama/the-post-washington-consensus