“La grande scommessa” sfida la teoria mainstream della finanza

28 febbraio -

Potrà sembrare sorprendente, ma talvolta andare al cinema si rivela più utile che studiare su un manuale mainstream di macroeconomia. Come risaputo, il recente crollo finanziario ha portato ad un riesame della professione economica. In diverse parti del mondo è nata una serie di movimenti studenteschi che manifestano la loro insoddisfazione per il modo in cui l’economia è insegnata. Anziché basarsi su un dogmatismo neoclassico, tali gruppi rivendicano un approccio più pluralista all’insegnamento. Quello che denunciano, infatti, è l’incapacità della teoria mainstream di fornire loro quegli strumenti necessari al fine di comprendere adeguatamente il sistema economico che caratterizza la società odierna. Chiamare un amico e chiedergli di andare al cinema, quindi, a volte può essere più utile che leggere i soliti manuali.

 

Una buona occasione è stata offerta dal film “La grande scommessa”, uscito a fine 2015 e diretto da Adam McKay. Il film racconta la vita di diversi finanzieri americani che hanno previsto e tratto profitto dallo scoppio della bolla nel mercato immobiliare americano, che in ultima analisi ha condotto al dissesto finanziario del 2007-8. Il film, in particolare, pone in luce in maniera accurata, ma allo stesso tempo brillante, le pratiche illecite messe in atto dalle banche d’affari, dagli hedge fund e dalle agenzie di rating.

Fin dalle prime scene del film, è facile comprendere la gravità della bolla che si andava formando nel mercato immobiliare americano: le banche statunitensi non si erano fatte troppi scrupoli nel concedere mutui subprime a famiglie appartenenti alle fasce di reddito più basse della popolazione, nonostante le loro condizioni finanziarie fossero tali da poter difficilmente permettergli di ripagarli, sprovveduti di garanzie reali forti e con credit rating bassissimi. In linea di principio, le banche mirano a profitti e solvibilità. Tuttavia, l’espansione del settore finanziario e lo sviluppo di astruse e complesse innovazioni finanziarie che consentono loro di dividere e assemblare i propri crediti in tranches per poi rivenderli ad altri istituti finanziari (le cosiddette CDO – Collateralized Debt Obligations),  hanno incentivato le banche a concentrarsi esclusivamente sul primo aspetto – i profitti – dimenticandosi malauguratamente del secondo – la solvibilità del debitore.

 

I protagonisti del film (così come quelli della crisi) pensavano che le probabilità di default sulle CDO fosse irrisoria, ma col passare dei giorni diventava sempre più chiaro che si sbagliassero. La storia, infatti, non finisce qui. Nel film, l’hedge fund manager Michael Burry fu il primo a rendersi conto delle anomalie sottostanti il mercato delle CDO: era piuttosto sicuro che, presto o tardi, tutti quei titoli avrebbero riscontrato pesanti perdite a causa dell’aumento delle insolvenze dei debitori a basso reddito. Ciò lo indusse a stipulare con le banche un tipo di contratto derivato (il cosiddetto CDS – Credit Default Swap) che gli avrebbe consentito di scommettere contro (to short) la tenuta del mercato immobiliare americano. In parole semplici, si tratta di un’assicurazione, o per l’appunto una scommessa, tra due parti: una (l’investitore) paga periodicamente un premio monetario all’altra (la banca) con l’auspicio di guadagnare una grande somma di denaro qualora un evento negativo si verifichi (in questo caso, il collasso del sistema immobiliare). A questo punto il titolo del film dovrebbe risultare più chiaro: La Grande Scommessa. Michael Burry, così come altri “squali” di Wall Street che, come lui, riconobbero l’euforia irrazionale dei mercati finanziari, si ritrovarono(sfortunatamente) ad avere ragione. Anche il resto della storia ci dovrebbe essere familiare, dato che in parte lo stiamo ancora vivendo nel nostro presente.

 

La storia della crisi sin qui narrata, seppur nella sua versione essenziale, sembra contrastare la visione generale contenuta nella maggior parte dei manuali mainstream di economia in merito al ruolo e al funzionamento dei mercati finanziari. In accordo con la teoria dominante della finanza nel settore privato sono presenti due tipologie di soggetti: (1) le unità di spesa in surplus (SSU, or Surplus Spending Units); e (2) le unità di spesa in deficit (DSU, or Deficit Spending Units). Gli SSU sono coloro i quali spendono meno di quanto guadagnano (ovvero risparmiano), tipicamente le famiglie; i DSU comprendono chi spende più di quanto guadagna (ovvero si indebita), tipicamente le imprese. Ecco che arriva il sistema bancario: le banche, agendo in qualità di intermediari di fondi mutuabili, consentono il trasferimento di denaro tra SSU e DSU. Di conseguenza, aumentano la produttività del sistema economico allocando in maniera efficiente le risorse: i risparmi infruttiferi vengono trasformati in investimenti produttivi. In aggiunta, l’intermediazione delle banche consente di superare le asimmetrie informative: dovendo operare con un elevato numero di clienti, le banche possiedono informazioni private sconosciute tra le due parti. Secondo tale teoria, inoltre, l’intermediazione delle banche potrebbe essere tranquillamente evitata attraverso l’implementazione di un efficiente mercato dei capitali nel quale si troverebbero ad operare un elevato numero di istituti finanziari. La competizione tra questi renderebbe più basso il costo di denaro, garantirebbe un accesso al credito più flessibile, eviterebbe il potere di mercato esercitato dalle banche, così come il controllo politico al quale queste ultime sono sottoposte.

 

Eppure la teoria sembra piuttosto distante dalla realtà presentata nel film “La Grande Scommessa” – ma questa discrepanza è dovuta più all’inesattezza dei manuali che alle scarse conoscenze economiche del regista e i suoi collaboratori. Nei modelli economici standard, le banche non creano rischio: come scritto prima, esse possiedono tutte le informazioni private di cui hanno bisogno al fine di finanziare i debitori più meritevoli. In tali modelli, le banche trasferiscono soldi dai risparmiatori, teoricamente le famiglie, ai debitori, teoricamente le imprese. Nel mondo nel quale viviamo il nesso appare capovolto: le imprese investono i propri surplus nei mercati finanziari comprando prodotti finanziari erogati dalle banche per finanziare i deficit delle famiglie. Qualunque sia la forma attraverso cui la realtà ci appare, essa è assai distante da come viene descritta nei  libri di testo tradizionali. Il loro più grande errore risiede nel fatto di considerare le banche come intermediari di fondi mutuabili. Come sostenuto da Jakab e Kumhof (2015)[1], due economisti della Bank of England, “nel mondo reale, la funzione chiave delle banche è la fornitura di finanziamento, o la creazione di nuovo potere d’acquisto monetario attraverso i prestiti, ad un singolo agente che è, allo stesso tempo, debitore e correntista”[2]. Conformemente, quando una banca concede un prestito, crea moneta dal nulla, e quindi non ha bisogno di raccogliere risparmi anzitempo. Nel suo bilancio viene registrato un doppio movimento: un aumento nelle attività, rappresentato dal nuovo credito; e un aumento nelle passività, espresso sotto forma di nuovo deposito posseduto dal soggetto ricevente del credito. In questo modello di finanziamento attraverso la creazione di moneta (Financing through Money Creation model – FMC) – che secondo gli autori “non è una teoria che necessita di essere dimostrata, ma sono semplicemente fatti” – le banche non fronteggiano limiti reali alle espansione del credito, ma tengono in considerazione soltanto due cose: profitti e solvibilità. In aggiunta, questo modello aiuta a comprendere il ruolo pro-ciclico svolto dalle banche durante le fasi del ciclo economico: quando l’economia cresce, le banche tendono a concedere sconsideratamente prestiti, aumentando in maniera significativa il loro leverage; nelle fasi negative del ciclo, contrariamente, il loro bilancio si comprime dando così vita al credit crunch e al conseguente prolungamento della crisi.

 

In conclusione, bisogna ammettere che “La Grande Scommessa” lascia un po’ di amarezza. Il film rende consapevoli della necessità di una riforma politica, dal momento che dopo tutto il caos provocato dalla sregolatezza dei mercati finanziari, quasi nessuno dei top manager delle istituzioni coinvolte è stato processato; non c’è stato neanche un significativo tentativo di riforma per correggere i grandi problemi che affliggono il sistema finanziario americano e globale. Al contrario, buona parte delle banche è stata salvata con soldi pubblici alle spese dei contribuenti, i quali si sono visti ridurre i servizi pubblici erogati dallo Stato in nome del conclamato principio delle finanze pubbliche sane, senza considerare che l’aumento del debito pubblico fu dovuto proprio alla stabilizzazione di quella finanza privata che di sano aveva, e continua ad avere, ben poco. Ma “La Grande Scommessa” va oltre il mondo della finanza e ci rende consapevoli anche della necessità di una riforma dei curriculum accademici: è abbastanza frustrante per gli studenti di economia sapere che quello che hanno imparato sulla finanza non è altro che una realtà fittizia. Quanto meno, chi ha visto il film riconoscerà che il costo opportunità di andare al cinema, comparato con lo studio di un manuale mainstream di economia, si è definitivamente ridotto.

 

 

[1]Jakab Z. and Kumhof M. (2015), Banks are not intermediaries of loanable funds – and why this matters, Working Paper No. 529, Bank of England.

[2] Questo e il successivo virgolettato sono una traduzione dell’autore.

Informazioni su Enrico Turco

Studente del Master in Economics presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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