Dalla sussistenza al risparmio: la scuola austriaca

21 marzo -

Dal quarto ed ultimo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Matteo Corsini, uno dei maggiori studiosi italiani della teoria austriaca, ce ne descrive la visione dell’economia, dello stato e delle banche. Si ringraziano Federica Meluzzi e Giacomo Rubbini per questo articolo.

 

La teoria austriaca, ci spiega Matteo Corsini, prende le mosse da un interrogativo fondamentale riguardo all’individuo: come può egli sopravvivere?

Innanzitutto è necessario che si procuri qualcosa che gli consenta di sostentarsi; l’individuo inizia quindi producendo ciò di cui ha bisogno, dando origine a una primitiva economia di sussistenza in cui si produce esclusivamente ciò che si consuma.

Qualora poi l’individuo desideri migliorare la propria condizione dovrà produrre una quantità maggiore di beni o una diversa varietà degli stessi. Giunto al massimo delle sue capacità produttive, per migliorare ulteriormente la sua condizione l’individuo deve assicurarsi una ricchezza supplementare da destinare allo scambio. Nasce così l’investimento: la rinuncia al consumo di una parte dei propri beni per scambiarli, ad esempio, con delle attrezzature che permettano una produzione diversa o maggiore. La diffusione del risparmio con l’obiettivo dell’investimento trasforma l’economia di consumo in economia di scambio. Tale primitiva forma di economia inizialmente si fonda sul sistema del baratto, che ha però un limite fondamentale: è necessaria una coincidenza degli interessi fra le parti affinché lo scambio abbia luogo.

La molteplicità degli agenti e dei rispettivi interessi rende necessario un equivalente generale, cioè un bene che venga riconosciuto e accettato universalmente come contropartita di ogni scambio; nasce così la moneta. Storicamente, una delle merci usata diffusamente come moneta era il metallo prezioso, che godeva di due fondamentali proprietà: era malleabile, dunque facilmente lavorabile e trasportabile, e soprattutto era una risorsa scarsa, caratteristica determinante per l’attribuzione di un valore economico.

La moneta ha due utilizzi: può essere usata come mezzo di scambio e come riserva di valore, trasferendo il potere d’acquisto dal tempo presente a quello futuro. Grazie all’introduzione della moneta gli scambi divengono più fluidi e si incrementano le possibilità di specializzare la produzione: il pescatore può scambiare i pesci con il panettiere per una certa quantità di moneta, accumularla nel tempo e utilizzarla per acquistare una rete.

 

In una siffatta economia di scambio si inseriscono due attori fondamentali: lo Stato, ovvero un’autorità politica in grado di esercitare il monopolio dell’uso della forza su un determinato territorio, e un intermediario con funzione di banca.

Lo Stato è intervenuto sin dall’inizio controllando l’emissione di moneta ed esercitando l’attività di conio dei metalli preziosi, stabilendo di volta in volta la quantità degli stessi presente nella moneta.

Le banche invece nascono per un’esigenza di sicurezza dei detentori di grandi quantità di denaro: esse infatti si impegnavano a custodire queste ricchezze emettendo una ricevuta, detta banconota, che attestava la quantità di denaro depositata. Divenne presto chiaro che la quantità di moneta raccolta poteva essere impiegata produttivamente in prestiti in cambio di un interesse, facendo così nascere il concetto di riserva frazionaria: solo una porzione del metallo depositato veniva trattenuta in deposito, mentre la restante veniva rimessa in circolazione sotto forma di prestito.

In questo modo il denaro era contemporaneamente a disposizione sia di colui che aveva effettuato il deposito sia di colui che aveva ricevuto il prestito; questo meccanismo può funzionare solo finché il flusso di prelievi è inferiore alle riserve realmente disponibili, pena il fallimento della banca.

 

Da un’economia di puro libero scambio come quella descritta, lo stato e le banche iniziano ad intervenire ed alterano la situazione di mercato. In questo contesto si inserisce la teoria austriaca del ciclo economico, di cui tanto si deve agli economisti Von Mises e Hayek.

Se la ciclicità dei sistemi economici non è una teoria da attribuirsi in via esclusiva agli attori della scuola Austriaca, lo è invece la loro interpretazione delle fasi di recessione, da considerarsi come un processo naturale di aggiustamento che riconduce l’economia all’equilibrio.

La peculiarità della teoria austriaca risiede nella concezione secondo la quale le fasi di recessione siano la diretta conseguenza di politiche espansive perseguite dalle autorità di politica economica, nonché dalle banche commerciali; in questo scenario, l’ampliamento della base monetaria viene imputato come il motore della recessione. In particolare, protagonista dell’andamento dei cicli economici è il tasso di interesse, nella circostanza in cui venga artificiosamente “manipolato” per perseguire specifici obiettivi inflazionistici.

 

Spieghiamoci meglio. L’incremento della base monetaria a cui ci si riferisce è realizzato attraverso due canali: aumento dell’offerta di moneta da parte della banca centrale e diminuzione della riserva frazionaria in capo alle banche commerciali. Tali politiche generano inevitabilmente un’espansione del credito, resa possibile da tassi di interesse relativamente bassi*. La liquidità oggetto dei nuovi prestiti entra nell’economia reale sotto forma di investimenti, destinati ad esercitare una pressione rialzista sui prezzi e sulla produzione. In quanto detto fino ad ora non vi è nulla di nuovo rispetto a quanto i manuali di macroeconomia insegnano e, stando a tali manuali, verrebbe naturale ritenere che politiche monetarie espansive portino con sé benefici alle economie. Un qualsiasi teorico austriaco ne sarebbe profondamente contrariato e insisterebbe sul significato più profondo di tassi di interesse relativamente bassi (si veda sopra*).

Matteo Corsini ci spiega, infatti, che qualsiasi politica monetaria crea distorsioni ai tassi di interesse rispetto al livello naturalmente determinato dal mercato. E sono tali distorsioni a rendere i sistemi economici vulnerabili: tassi di interesse artificiosamente bassi hanno il potere di far gravitare la liquidità in eccesso verso investimenti che, in assenza di condizioni così favorevoli, non sarebbero giudicati altrettanto appetibili. La distorsione dei tassi infatti coinvolge il processo di valutazione dell’investimento, aumentando il valore attuale dei flussi di cassa futuri per effetto dell’abbassamento del tasso di interesse. È bene ricordare che l’aumento degli investimenti, soprattutto nel caso in cui le banche diminuiscano la riserva frazionaria (ovvero la quantità di moneta che detengono alla banca centrale a titolo di garanzia dei loro correntisti), non è da imputare ad un aumento del risparmio reale, ma alle distorsioni del prezzo del bene moneta.

Una simile circostanza, per quanto apparentemente fruttuosa, è destinata a rivelare tutte le sue debolezze nel momento in cui l’offerta di moneta sarà ridotta per controllare le spinte inflazionistiche prodotte. I tassi di interesse torneranno a crescere e, quando ci si renderà conto che gli investimenti intrapresi non genereranno flussi di cassa sufficienti a superare i costi sostenuti e a ripagare gli interessi, sarà decisamente troppo tardi per evitare l’insolvenza di tanti debitori: il sistema economico entra in recessione. Secondo la teoria austriaca, ogni forma di intervento volta a limitare la fase recessiva impedisce il naturale aggiustamento del mercato, che, se lasciato libero, sarà in grado di ripristinare l’efficiente allocazione delle risorse, espellendo le imprese e gli investimenti meno produttivi.

 

Dalla teoria austriaca discende un’interpretazione piuttosto convincente della recente crisi economica. Si pensi alla decisione politica adottata negli anni Novanta negli USA di diffondere la proprietà immobiliare a soggetti precedentemente non aventi accesso al credito e alle sue conseguenze sul modus operandi delle banche. I mutui ipotecari vengono concessi con grande facilità e prevedono tassi di interesse inizialmente molto favorevoli, con step in crescita sul lungo periodo.

Le proporzioni di tale espansione del credito e la conseguente ondata di investimenti nel settore immobiliare esercitano una forte pressione rialzista sui prezzi delle abitazioni, generando una vera e propria bolla immobiliare. Se si unisce questa politica fortemente espansiva ad un clima di piena deregolamentazione del sistema finanziario, nel quale i continui fenomeni di cartolarizzazione disincentivano le banche dal selezionare i propri debitori, la crisi appare inevitabile. Non appena i tassi di interesse cominciano a salire infatti l’insolvenza di tanti debitori si accompagna allo scoppio della bolla: il valore delle attività collaterali crolla, generando la Grande Crisi.

Si tratta di un’analisi della realtà diversa da quella mainstream, e potenzialmente ci avrebbe messo in guardia dalla diffusione eccessiva dei mutui ipotecari: visti gli effetti della crisi, possiamo davvero permetterci di ignorare voci fuori dal coro?