Tutti gli articoli di Daniele Bigi

Dal quarto ed ultimo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Matteo Corsini, uno dei maggiori studiosi italiani della teoria austriaca, ce ne descrive la visione dell’economia, dello stato e delle banche. Si ringraziano Federica Meluzzi e Giacomo Rubbini per questo articolo.

 

La teoria austriaca, ci spiega Matteo Corsini, prende le mosse da un interrogativo fondamentale riguardo all’individuo: come può egli sopravvivere?

Innanzitutto è necessario che si procuri qualcosa che gli consenta di sostentarsi; l’individuo inizia quindi producendo ciò di cui ha bisogno, dando origine a una primitiva economia di sussistenza in cui si produce esclusivamente ciò che si consuma.

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Dal terzo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Il professor Gattei ci descrive la visione marxista dell’economia, dalle intuizioni di Marx al dibattito successivo. Si ringrazia Cristina Re per questo articolo.

 

Per introdurci a Marx il professor Gattei parte da due considerazioni riguardanti l’economia moderna ed il profitto capitalistico.

 

1) L’economia odierna è mercantile, monetaria e capitalista: mercantile perché viviamo in un sistema di mercato, composto da una fitta rete di scambi, e monetaria perché la maggior parte di questi scambi avviene tra merci (A e B) di valore equivalente (M= MB) con la moneta come controparte (D = MB). L’ultima qualificazione dell’economia odierna è quella più problematica: in un’economia capitalista, il denaro non viene più utilizzato per acquistare le merci ma i lavoratori; più precisamente la loro forza-lavoro, ovvero la capacità dei lavoratori, provvisti di adeguati mezzi di produzione, di produrre qualsiasi merce (D = FL).

 

2) Le merci prodotte in un processo di produzione capitalistico sono proprietà del capitalista, il quale le vende e le converte in denaro; l’esito di questo processo è il profitto capitalistico ( Π ). Si tratta della formula della circolazione capitalistica di Marx: con il denaro si compra forza-lavoro, con cui si realizza un processo di produzione il cui esito è nuovamente denaro (D –> FL –> M –> D’). Affinché questo processo sia stabile si deve produrre più denaro di quanto necessario ad avviarlo, ovvero generare un profitto positivo ( D’ – D = Π > 0 ); tuttavia, può entrare in crisi se la forza-lavoro non è sufficientemente ampia o produttiva, o se non si riesce a riconvertire la produzione in denaro.

 

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Dal secondo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Il professor Ricottilli ci introdurrà a neo- e post-keynesiani a partire dalle teorie della moneta e dell’investimento classica, neo-classica e keynesiana. Si ringrazia Jan Mazza per quest’articolo.

 

Il professor Ricottilli ha scelto la moneta come punto di partenza. La moneta, per il pensiero classico nulla più che un mezzo di scambio il cui significato giaceva nella traduzione nominale di un’operazione di scambio o di produzione reale, nell’opera keynesiana diventa un fattore fondamentale nella determinazione del risparmio, insieme alla domanda effettiva e al concetto di aspettative cui è indissolubilmente legata. Due idee ben diverse quindi, a partire dalle quali si costruiscono altrettanto diverse teorie degli investimenti. [Read More]

Dal primo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Il professor Zamagni ci introdurrà al pluralismo e ce ne mostrerà la necessità, in contrasto con l’omologazione cui assistiamo nelle facoltà (e nelle politiche) di tutto il mondo. Si ringraziano Lorenzo Cresti e Nicola Visonà per questo articolo.

 

Se si dovessero esporre tre motivi a favore di un maggiore pluralismo teorico nell’insegnamento della scienza economica, potrebbero essere individuati nei seguenti:

 

1) L’economia non è una scienza darwiniana: l’ultima teoria economica, in ordine cronologico, non comprende i risultati raggiunti dalle teorie precedenti. Questo senza negare l’esistenza di una qualche forma di evoluzione nel processo di cambiamento storico delle idee economiche. Neghiamo però che si tratti di uno sviluppo unidirezionale, omogeneo e, anzi, unico [cfr Zamagni, Profilo di Storia del Pensiero Economico].

 

2) L’economia non è una scienza naturale, ma una scienza sociale: i fatti economici non sono immutabili, bensì cambiano nel tempo e nello spazio, cosicché problemi che appaiono cruciali in un certo periodo (o Paese) possono risultare del tutto irrilevanti in un altro. Inoltre, i giudizi di valore degli scienziati, riguardanti gli oggetti di studio e le assunzioni di base da cui si formulano le relazioni di causazione, hanno un effetto diretto sugli esiti dei loro studi economici. Da notare che, in ultima istanza, sono le società nel loro complesso a decretare la rilevanza dei problemi da studiare, a stabilire le direzioni in cui vanno cercate le soluzioni e, da ultimo, a decidere quali siano le teorie giuste.

 

3) Succede che su alcuni temi e problemi fondamentali si formino degli orientamenti di base (caratteristiche personali, etiche e politiche), in particolare, di chi applica i risultati raggiunti attraverso gli studi economici. Si vedano per esempio le visioni contrastanti riguardo la regolamentazione del mercato, o la teoria del valore (da Ricardo a Jevons e poi a Sraffa), o l’orientamento macroeconomico contro quello microeconomico in tema di distribuzione del reddito; e così via.

 

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