L’economia della scienza, o perché gli economisti studiano gli sviluppi scientifici. Un approccio teorico

8 maggio -

Se si considera l’economia della scienza come il rapporto che si instaura tra la professione economica e la ricerca scientifica, allora si può dire che esistono almeno tre motivi per cui la scienza ha catturato l’attenzione degli economisti. Anzitutto la scienza è fonte di crescita. In secondo luogo, la ricerca scientifica ha le proprietà di bene pubblico – gli economisti sono interessati a capire perché i sistemi economici competitivi sono incapaci di produrre beni pubblici in modo efficiente. Infine, la natura pubblica della ricerca e gli inerenti spill-over sono fondamentali nella costruzione del modello di crescita endogena sviluppato da Paul Romer.

La scienza come fonte di crescita. La scienza e la ricerca scientifica sono inequivocabilmente fonte di crescita, non solo economica, ma anche sociale, civile, o addirittura demografica. Basta fare un paio di esempi per capire in che modo la ricerca scientifica contribuisce alla crescita: i medicinali scoperti negli ultimi secoli sono stati uno strumento utilizzato per debellare malattie che prima erano mortali, ma anche per allungare la semplice aspettativa di vita delle persone. Ancora, le Rivoluzioni Industriali del XVII e del XIX secolo, nonostante alcuni inevitabili svantaggi, sono state partecipi di un progresso industriale e tecnologico enorme che per il secolo e mezzo successivo distrusse la teoria della trappola malthusiana[i].

 

La ricerca scientifica come bene pubblico. La trasmissione di informazioni da un individuo A a un individuo B non inficia lo stock di conoscenza del primo individuo. Secondo Dominique Foray è la pubblicità della conoscenza che rende la sua trasmissione un gioco a somma positiva. La conoscenza, dunque, si accumula e si espande. La teoria della conoscenza avanzata da Hayek, relativa alle situazioni particolari di tempo e di luogo non è che un esempio a livello microeconomico della distribuzione dell’informazione. Tuttavia, bisogna fare attenzione a non confondere informazione e conoscenza, poiché è solo la seconda a generare crescita. Un’informazione presa da sé e per sé non dice nulla di più del suo livello fenomenico.

 

Ma cosa significa esattamente che la ricerca scientifica e – per esteso – la conoscenza è un bene pubblico? Da un lato, come è stato mostrato, la trasmissione della conoscenza non inficia la stock che ognuno ha di essa; dall’altro, gli altri individui C, D, E, ecc. sono difficilmente escludibili dalla conoscenza che A ha trasmesso a B, né si vede alcun motivo per cui dovrebbero esserne esclusi.

 

L’altro lato della medaglia è che la pubblicità della conoscenza rende i mercati competitivi cattivi fornitori di incentivi per la creazione e la diffusione di un bene pubblico. L’obiettivo primario di ogni imprenditore è il profitto. E quale profitto si potrebbe avere dalla creazione di un bene pubblico? Un profitto sociale, certamente; ma non è ciò a cui i mercati mirano.

 

Ecco che allora si vengono a creare due importanti dicotomie. La prima, dovuta alla pubblicità stessa della ricerca scientifica, è instaurata tra il problema della proprietà e quella che il sociologo Robert Merton chiama priorità. Se non si è scienziati o ricercatori, è del tutto legittimo chiedersi cosa sia la priorità nella ricerca scientifica. Basta porsi la seguente domanda: quale incentivo hanno scienziati, ricercatori o imprese a divulgare la propria scoperta quando la ritenzione della stessa può portare a ritorni economici elevatissimi, tramite i diritti di proprietà, i brevetti, ecc.? La risposta è fornita da Merton ed è l’importanza di stabilire ricompense e incentivi non dipendenti dal mercato. La priorità è uno di questi incentivi, e consiste nel privilegio di comunicare per primi una scoperta.

 

In qualità di semplice pubblico, a noi non importa chi ha scoperto cosa, quanto che quella scoperta abbia ritorni sociali manifesti. Ma ci si metta nei panni di uno scienziato. A questo punto sicuramente ci importerebbe ricevere una qualche sorta di riconoscimento per la scoperta. Può essere il riconoscimento da parte della stessa comunità scientifica come l’avere il proprio nome attaccato alla scoperta (ad esempio, il bosone di Higgs); può essere un premio prestigioso come il Nobel; può essere anche un riconoscimento minore come la pubblicazione, ma che può comunque destare scalpore – per fare un esempio recente, Il Capitale di Thomas Piketty. Lo scienziato può anche accontentarsi di una semplice remunerazione finanziaria in diritti d’autore, premi e consultazioni varie. Può, infine, condurre la ricerca per il semplice piacere della scoperta – quando Richard Feynman ricevette il Premio Nobel per la Fisica nel 1965, si chiese il perché del premio; gli era bastato il semplice fatto di essere arrivato alla sua scoperta a renderlo felice.

 

La dicotomia tra proprietà e priorità si riverbera in termini più pratici nel contrasto tra pubblicazione e divulgazione. Ironicamente, però, è proprio in questo contrasto che tale dicotomia si risolve, tramite l’intrinseca doppia natura della conoscenza. Anzitutto la pubblicazione non esclude la ricerca della protezione intellettuale, seppur in misura minore. D’altro canto, è proprio la pubblicazione a creare opportunità per la collaborazione con e tra le imprese. Lo stesso Merton riconosceva come, mentre la pubblicazione assegna la priorità, quest’ultima stabilisce la proprietà.

 

Per quanto riguarda la seconda dicotomia, è stato in precedenza notato come i mercati competitivi forniscano scarsi incentivi alla produzione e alla distribuzione di beni pubblici. Ecco allora che il governo entra in gioco e finanzia la ricerca – non solo per questioni di crescita economica, ma anche per motivi di prestigio e di sviluppo dei settori strategici quali la difesa. In realtà, le ultime due categorie sono sempre meno importanti nel XXI secolo. Il prestigio è una nozione del XIX-XX secolo, quando le grandi potenze di allora combattevano fra di loro per diventare la “nazione più potente del mondo”. Lo sviluppo del settore militare-difensivo, invece, è più attinente al periodo della Guerra Fredda, specie se si tengono in considerazione le maggiori potenze di allora. Indubbiamente gli spill-over che vengono a crearsi in questi settori sono fonte di innovazione civile, ma lo sviluppo militare-difensivo visto per quello che è, ovvero nella sua funzione primaria, è in declino.

 

Esistono, tuttavia, due importanti lacune nell’approccio istituzionale, cioè nel finanziamento puramente pubblico. La prima è che l’agenda istituzionale è spesso troppo confusionaria, oltre che mal finanziata – cioè dipende troppo dall’agenda politica dell’amministrazione governativa. Come ci si può attendere che la ricerca sia stabile e ben finanziata quando da un momento all’altro può crollare per cause esterne dovute a giochi di potere? La seconda lacuna è che i finanziamenti pubblici fanno perdere l’elemento competitivo alla ricerca. Un’agenda scientifica scelta dalla compagine di governo può essere controproducente, persino in misura maggiore rispetto a un’agenda scientifica mirata al profitto economico. In sostanza, il finanziamento pubblico da solo non può sussistere, né dovrebbe tentare di farlo.

 

Il modello di crescita endogena. Quanto detto finora fa intuire la necessità di introdurre un elemento privato nel meccanismo di produzione e distribuzione della ricerca scientifica. Le imprese, allora, finanzieranno la ricerca applicata quando sono convinte di ricavarci prodotti innovativi da lanciare sul mercato. Finanzieranno la ricerca di base quando l’elemento competitivo della controparte pubblica verrà a mancare – vuoi a causa dell’agenda istituzionale confusionaria, vuoi per mancanza di fondi. Infine, investiranno in Ricerca e Sviluppo (R&S) nel semplice tentativo di generare profitti.

 

Gli aspetti pubblici della ricerca si trasmetteranno alle altre imprese (supposta una conoscenza di base di queste, cioè supposto che tali imprese siano in grado di manipolare l’informazione loro trasmessa) e creeranno un ritorno sociale nel lungo periodo. Ciò significa che è proprio l’interazione tra imprese, mondo accademico e governi, dovuta alla pubblicità della ricerca scientifica, a poggiare le basi di un modello di crescita endogena, creando un mercato del lavoro scientifico. La ricerca, dunque, non può più essere vista come un prodotto in eccesso della crescita economica così com’era cinquant’anni fa, ma è il catalizzatore stesso dello sviluppo economico.

 

Il modello di crescita endogena e il mercato del lavoro scientifico ruotano attorno quattro nozioni chiave. La prima è che le imprese supportano la ricerca per generare profitti. In secondo luogo, e questo è una conseguenza del primo punto, i problemi che gli scienziati affrontano spesso sono frutto di consultazioni con le imprese stesse, o con i “filantropi della ricerca”. Terzo, poiché i mercati guidano lo sviluppo tecnologico (anche attraverso meccanismi di lock-in tecnologico, per cui una tecnologia inferiore può risultare più utilizzata semplicemente perché è riuscita ad assicurare una sua posizione sul mercato), la tecnologia utilizzabile avrà necessariamente effetti sul modo di condurre la ricerca scientifica. Infine, la quantità e la qualità dei ricercatori in un dato campo è influenzata dai salari relativi, cioè da quanto imprese e istituti di ricerca sono disposti a offrire per lo sviluppo scientifico.

 

In conclusione, la ricerca scientifica dovrebbe basarsi su due cardini. Il primo è quello del compromesso tra finanziamento pubblico e privato. Nessuno dei due, infatti, è in grado, da solo, di incentivare ricercatori e scienziati. Il secondo cardine su cui l’economia della scienza dovrebbe basarsi è l’armonizzazione del mercato del lavoro scientifico, con una convergenza di interessi tra le imprese private e le loro controparti governative. Un’armonizzazione che non può limitarsi ai confini nazionali, ma che dovrebbe riuscire a coinvolgere quanti più istituti di educazione superiore e di ricerca possibili attraverso una serie di partenariati internazionali non solo tra atenei, ma anche tra imprese, tra governi, e tra atenei e imprese (o governi).

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[i] Secondo Robert Malthus, il ritmo al quale la popolazione cresceva era superiore alla capacità di produrre beni di sostentamento. Alla fine si sarebbe arrivato al punto in cui le risorse non sarebbero bastate per tutti gli abitanti del pianeta. La rivoluzione industriale, tuttavia, ha accelerato esponenzialmente la velocità di produzione di determinati beni, confutando, di fatto, la trappola malthusiana. In realtà la relazione tra crescita demografica e risorse disponibili è un tema molto dibattuto ancora oggi. Basti prendere come esempio l’articolo di Godfray et al. The Challenge of Feeding 9 Billion People (disponibile su http://www.sciencemag.org/content/327/5967/812.full)