La diseguaglianza e i suoi oppositori

10 agosto -

 

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In tempi recenti si è registrato un crescente interesse riguardo al tema della diseguaglianza dei redditi, a testimonianza del quale si è sviluppato un ampio dibattito sia in ambito accademico che nella sfera pubblica e politica. Il motivo di tale interesse risiede nella dinamica della diseguaglianza stessa. Per esempio (come mostra il grafico seguente), nel periodo che va dal 1979 al 2010, negli Stati Uniti il reddito del 20% più ricco della popolazione è quello associato al tasso di crescita maggiore, mentre il reddito del 20% più povero degli americani si è addirittura ridotto [1]:

 

agr_ri(Fonte: whitehouse.gov)

 

 

Che la diseguaglianza sia andata incrementando è dunque un fatto. Ma che ciò sia da considerarsi un problema, un evento positivo o neutrale, è invece oggetto di dibattito: secondo alcuni economisti, infatti, è l’incentivo monetario il traino dell’innovazione e del progresso, o più in generale ciò che spinge gli individui ad impegnarsi in qualsiasi ambito del processo produttivo.

 

Su questa linea si è espresso l’economista Alberto Alesina (Harvard University), che in un articolo sul Corriere della Sera riassume efficacemente le premesse e la logica a sostegno dell’idea secondo cui la diseguaglianza non sarebbe affatto un problema, bensì una risorsa. Alesina sostiene che occorre premiare gli individui più meritevoli, ossia coloro che dispongono in maniera produttiva dei propri talenti, e che a tal fine il mercato sia uno strumento efficiente. Va da sé che l’emergere della diseguaglianza in un contesto del genere non solo sia un fatto inevitabile, ma persino desiderabile, in quanto incentiverebbe gli individui a dare il meglio di sé. Coerentemente, secondo Alesina, non vi è necessità di preoccuparsi della diseguaglianza se si garantisce la mobilità sociale, e di conseguenza il compito dello stato non è quello di redistribuire il reddito in favore degli individui più poveri, ma distribuire le medesime opportunità fra tutti gli individui. Una volta assicurata questa condizione, i meccanismi di mercato premieranno i più meritevoli, indipendentemente dal fatto di essere nati ricchi o poveri.

 

Sebbene questo ragionamento possa apparire in una certa misura sensato e condivisibile, un’analisi attenta ne rivela elementi contraddittori. Di seguito propongo tre argomenti critici rispetto l’articolo di Alesina. Il primo sarà basato su argomenti empirici, il secondo su argomenti teorici, mentre il terzo è una riflessione sulle fonti della diseguaglianza e come questa non sia sempre spiegabile mediante l’impegno e il merito attribuito ai singoli individui.

 

 

1. Diseguaglianza e mobilità: un matrimonio che non s’ha da fare

 

 

Raj Chetty, economista di Harvard, ha prodotto un’enorme mole di dati e analisi rispetto la diseguaglianza economica negli Stati Uniti. Nelle sue ricerche si riscontrano diversi fatti interessanti, in primis vengono confermati gli studi di un altro economista, Krueger, a cui si deve la cosiddetta “curva del Grande Gatsby” [1]:

 

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La curva del Grande Gatsby mostra come l’elevata immobilità sociale (o in alternativa la bassa mobilità)[2] sia tendenzialmente accompagnata da rilevante diseguaglianza. Non vi è dimostrato nessun nesso causale fra le due variabili, ma soltanto una correlazione che sembra comunque descrivere in maniera piuttosto accurata i dati.

 

Lo studio di Krueger rileva tale correlazione in un contesto cross-country, in cui le unità statistiche di riferimento sono differenti paesi. Chetty, invece, implementa la stessa metodologia in relazione al caso americano, in cui le unità statistiche sono rappresentate da aree geografiche statunitensi. Sebbene i due economisti utilizzino dati differenti, i risultati a cui pervengono sono sostanzialmente simili, rafforzando il sospetto secondo cui il connubio tra alta mobilità e diseguaglianza sia (quanto meno) difficile da realizzarsi e (forse) a causa di motivi teorici ben definiti.

 

Un ulteriore fatto evidenziato da Chetty è che la qualità delle scuole sia positivamente correlata alla mobilità sociale. Tuttavia, poiché l’istruzione è in larga parte finanziata dallo stato attraverso la fiscalità generale – la quale si ispira (o dovrebbe) al principio di progressività – l’investimento pubblico in istruzione altro non è che una forma di redistribuzione. In questo caso una misura – magari incidentalmente – volta alla riduzione della diseguaglianza sarebbe una condizione importante per garantire la mobilità sociale.

 

Va riconosciuto che questo aspetto può anche essere anche interpretato alla luce di quanto sostenuto da Alesina: è indubbio che i figli di famiglie ricche siano (in media) esposti ad esperienze formative con frequenza maggiore rispetto ai figli di famiglie meno abbienti. Ciò significa, quindi, che i ricchi partono sostanzialmente avvantaggiati nel percorso formativo. Le istituzioni scolastiche livellano queste differenze, ed è probabilmente a causa di ciò che nelle aree che ospitano le scuole migliori, la mobilità sociale tende ad essere più accentuata.

 

 

2. Diseguaglianza e “trappola della povertà”

 

 

Un settore prominente della macroeconomia moderna, ossia la “teoria della crescita”, si è misurato con il concetto di poverty trap (trappola della povertà), che può essere definito (in maniera estremamente succinta e non esaustiva [3]) come segue: i processi di crescita economica possono essere caratterizzati da equilibri multipli, ossia la dinamica della crescita può tendere verso equilibri “buoni” o equilibri “cattivi”. Quale equilibrio venga effettivamente raggiunto dipende essenzialmente dalle condizioni iniziali del sistema economico.

 

Galor e Zeira (1993) [4] propongono un modello teorico estremamente interessante, la cui assunzione fondamentale è che il reddito futuro di un individuo dipende da quanto la sua famiglia investe in istruzione. Il modello di Galor e Zeira consta di due equilibri: uno caratterizzato da poca istruzione e dunque basso reddito, mentre il secondo caratterizzato da molta istruzione e conseguente alto reddito. Il risultato fondamentale del modello è che sistematicamente le famiglie ricche investono in istruzione un ammontare sufficiente a garantire ai propri figli un alto reddito, mentre le famiglie povere fanno il contrario.

 

La domanda da porsi, quindi, è come consentire a tutte le persone di dedicare l’ammontare di risorse ottimale o meglio, preferito, alla formazione [5]. Esistono almeno due modi per affrontare la questione: il primo consiste nella lotta alla diseguaglianza in senso lato e a specifico sostegno dell’istruzione (che come detto in precedenza può comunque essere equiparato a un intento redistributivo); il secondo è una soluzione di mercato: creare mercati del credito, permettendo ai più bisognosi di finanziare la propria istruzione. A mio parere questa seconda possibilità presenta un importante difetto: se è vero che così gli individui più poveri avrebbero la possibilità di finanziare i propri studi, è anche vero che dovrebbero sopportare i rischi derivanti dall’indebitamento. L’outcome dell’istruzione non è certo, ma soggetto a rischio. Ad esempio, dopo la laurea non è assicurato un posto di lavoro abbastanza remunerativo da restituire il debito. Tale forma di incertezza ha due effetti negativi, ex ante ed ex post: il primo deriverebbe dal fatto che alcuni individui poco inclini al rischio potrebbero semplicemente non richiedere i prestiti, spaventati dall’eventualità di non trovarsi nella condizione di ripagare i debiti. Il rischio ex post è invece (magari in corrispondenza di una grave crisi durante la quale risulti difficile trovare un impiego) che i debiti non vengano effettivamente restituiti – eventualità, tra l’altro, da più parti paventata in relazione agli student loans erogati dagli istituti di credito americani e alla corrente crisi economica.

 

 

3. Il mercato della diseguaglianza

 

 

Un ottimo falegname che si impegna moltissimo nel suo lavoro può aspirare al reddito di un calciatore mediocre, che per giunta si impegna poco? Ovviamente no!
 Questo esempio bizzarro vuol far riflettere sul fatto che impegno e talento non sono elementi che da soli spiegano le differenze di reddito fra individui. Ciò che importa in maniera decisiva è dove i propri talenti ed impegni vengono esercitati, o meglio in quale mercato vengono offerti e domandati.

 

Se si crede che i meccanismi di mercato riflettano semplicemente i valori che la società attribuisce a questo o quel bene o servizio, allora si può sostenere che in fondo retribuzioni maggiori servono ad attirare le persone verso quei settori dell’economia percepiti come più importanti. Ma se questo fosse vero, a giudicare dallo stipendio percepito dagli insegnati, dovremmo dedurre una certa preferenza per l’ignoranza; dalle retribuzioni (ordinarie e straordinarie) di alcuni DG incapaci dovremmo rilevare un discreto fascino per il fallimento; e dovremmo anche concludere che il lavoro di un manager vale infinite volte di più del lavoro di un operaio.

 

Concludendo, l’elemento attorno il quale gravita l’intera discussione è di natura, direi, ideologica, e corrisponde a una definizione importante della nozione di fallimento del mercato: si tratta di eccezione o regola?
 Nel primo caso, così come sostiene Alesina, è sufficiente garantire l’efficienza dei mercati per ottenere la condizione di first best, cioè la situazione migliore possibile. Si noti che in questo contesto tutte le raccomandazioni di politica economica si applicano ex ante, in particolare sono auspicate tutte quelle misure necessarie al buon funzionamento dei mercati, mentre si preclude ogni possibilità di intervento per quanto riguarda la distribuzione finale delle risorse.

 

La posizione sostenuta in questo articolo è diametralmente opposta: le interazioni di mercato, molteplici e complesse, per loro stessa natura conducono a risultati economici imperfetti ed impossibili da governare ex ante. Di conseguenza, le diseguaglianze dei redditi non sono semplicemente lo specchio del merito e (anche) per questo motivo è imprescindible la regolamentazione ex post. Ecco perché le politiche redistributive non possono essere viste come un semplice intervento paternalisitico ispirato da motivi etici (che pure meriterebbe una sua propria riflessione); al contrario, esse devono essere prese esattamente per quello che sono: interventi correttivi resi necessari dalla natura stessa dei mercati.

 

Note:

[1] Krueger, Alan. 2012. “The Rise and Consequences of Inequality in the United States.” Speech at the Center for American Progress, Washington D.C. on January 12, 2012.

 

[2] Nel grafico troviamo la “intergenerational income elasticity”, che misura quanto il reddito famigliare influenzi il reddito futuro dei figli. Maggiore è l’elasticità maggiore risulta essere tale influenza, dunque maggiore è l’elasticità maggiore è l’immobilità sociale.

 

[3] Per una trattazione completa si veda Acemoglu, Introduction to Modern Economic Growth (Capitolo 21), 2009, Princeton Univesity Press.

 

[4] Galor, Oded & Zeira, Joseph, 1993. “Income Distribution and Macroeconomics,” Review of Economic Studies, Wiley Blackwell, vol. 60(1), pages 35-52, January.

 

[5] Nel modello di Galor e Zeira, come quasi sempre nei modelli macroeconomici, tutti gli individui sono uguali eccetto (in questo caso) per quanto riguarda il reddito famigliare, ha dunque senso parlare di livello di istruzione ottimale. Nel mondo reale tutti gli individui sono particolari, per questo motivo trovo più appropiato parlare di livello di istruzione preferito.