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Intervista a Massimo Ricottilli: “Siamo diventati più realisti del re”

20 maggio -

Massimo Ricottilli è professore di Politica Economica in congedo dell’Università di Bologna, ha insegnato in varie università dal 1975 al 2017, è stato membro del Centro Interdipartimentale Luigi Galvani (CIG), consulente per l’UNCTAD e l’UNICEF e ha ricoperto altri numerosi ruoli accademici e istituzionali.

 

  1. Nell’attuale insegnamento dell’economia gli approcci alternativi a quello neoclassico sono praticamente scomparsi. Nel 1988, Augusto Graziani affermò che nel corso degli anni Sessanta e Settanta il contenuto dell’insegnamento dell’economia politica si era aperto a una molteplicità di paradigmi in conflitto fra loro, ma vi è stato poi un ritorno al solo paradigma neoclassico come dominante. Sulla base della sua esperienza, concorda con questa visione? Quanto è cambiato l’insegnamento dell’economia politica rispetto a 40 anni fa? Quale ritiene sia un esempio emblematico di questo cambiamento?

 

 Sono molto d’accordo con l’opinione di Augusto Graziani. Effettivamente, per un periodo piuttosto lungo, in Italia c’è stato un notevole pluralismo. Tenga presente che esso si articolava su molti fronti. C’era un insegnamento fondato su teorie keynesiane che venivano declinate in vari modi: quella keynesiana pura, quella post-keynesiana, quella che rispondeva all’impostazione sraffiana, proficua anche se molto discussa, ispirata dagli studi sia su Ricardo sia su Marx. Insomma, c’era effettivamente un clima di vivace dibattito teorico e di politica economica. Naturalmente, anche il paradigma neoclassico era presente: esso non scomparve mai, anzi è sempre stato piuttosto vitale. Tuttavia, alla fine degli anni ’60-’70 e in parte negli anni ’80, questa vivacità intellettuale e scientifica effettivamente si affievolì. Non c’è dubbio che ciò avvenne, ma andrebbe precisato perché.

 

  1. Nello stesso periodo in cui si affermò l’egemonia della scuola neoclassica, abbiamo sperimentato in Occidente un processo che il sociologo Luciano Gallino ha definito “la lotta di classe dall’alto”, ossia un processo guidato dalle necessità della classe capitalista di recuperare privilegi, profitti e potere che erano stati erosi nel trentennio precedente a causa di un assetto sociale ed economico più favorevole alla classe lavoratrice. Un processo già iniziato negli anni ’70 con dei cambianti tecnologici importanti e che si è accelerato con la caduta dell’URSS. Lei ritiene valida la considerazione che fosse necessario eliminare, ignorare o neutralizzare ogni paradigma alternativo a quello neoclassico anche per costruire consenso attorno al cambiamento politico e sociale che stava avvenendo? E, se concorda, quali sono a Suo giudizio i sintomi più significativi in tal senso?

 

 Trovo questa spiegazione un po’ semplicistica. Sono d’accordo con quello che afferma Gallino, perché è vero che la classe dominante ha sempre tentato, ed in parte vi è riuscita, di imporre una sua ideologia e di compattare in maniera monolitica il pensiero accettabile codificandolo a proprio vantaggio, anche quello accademico. Su questo non ho dubbi. Tuttavia, non ritengo che fosse strettamente necessario per le classi dominanti, quasi fosse un imprescindibile imperativo, affrontare lo scontro politico, conseguente alle conquiste della classe lavoratrice, soffocare completamente il dibattito teorico che c’era stato negli anni precedenti. Perché scomparve questo pluralismo? Scomparve perché si affermò un programma scientifico, anzi lo definirei piuttosto un programma ideologico, molto articolato ed attraente che è quello del pensiero neoclassico rivisto ed attualizzato in varie forme. Nelle forme, cioè, della teoria dell’equilibrio economico generale, della nuova teoria macroeconomica classica, ripensata nei termini dell’individualismo metodologico e delle così dette microfondazioni. Questa impronta ideologica si rafforzò considerevolmente grazie all’influsso della scuola di Chicago e, in Italia e in Europa, con l’affermarsi di quello che potrebbe definirsi il programma di Einaudi-Bocconi. C’è un articolo di una giovane studiosa che ha analizzato questo progetto scientifico-ideologico che, in qualche modo, ruota attorno all’Università Bocconi. Il problema però deve anche essere riferito ai contenuti delle teorie alternative e al contesto politico e sociale di riferimento. La teoria marxista entra in crisi perché il mondo cambia drasticamente. Il referente politico e il fascino della politica cambiano in senso diametralmente opposto a quello sostenuto da quella teoria. In effetti la scomparsa dell’Unione Sovietica, più che generare una delusione nell’ambito della riflessione scientifica, diede spazio e forza argomentativi a tutti coloro che sostenevano che in fondo l’alternativa al sistema capitalistico non è un’alternativa fattibile. Più in generale, l’apparente pessima riuscita di quelle che si ritenevano le alternative al sistema capitalistico nella forma di sue supposte realizzazioni concrete provocò, anche da un punto di vista teorico, un effettivo disorientamento soprattutto nei giovani studiosi. A questo va contrapposto, invece, il fascino e l’attrazione delle nuove impostazioni apportate dalla teoria neoclassica. Si consideri che in quegli anni la Cina cambiò completamente il suo paradigma di controllo dell’economia. Ciò che accadde fu il privilegiare la dinamica del mercato portando “acqua al mulino” di tutti coloro che pensavano che il mercato dovesse essere l’aspetto centrale di qualunque teoria economica. Naturalmente, che cosa sia il mercato è un’altra questione, una questione che non è mai stata pienamente risolta. La Cina diventa un sistema che in qualche misura si può definire un sistema capitalistico autoritario mentre l’Unione sovietica crolla lasciando spazio ad una ristrutturazione del sistema economico selvaggia, persino spietata se giudicata dalle sue conseguenze sociali, ma in cui si precipitano tutti i teorici della supremazia del mercato (tra cui Jeffrey Sachs et alii), esasperando il processo di ristrutturazione della ex Unione Sovietica. La Cina e quello che succede in Cina è un elemento assolutamente cruciale perché la Cina fa vedere che è il mercato quello che produce la crescita, è il mercato che riesce a sollevare una grande parte della popolazione dalla povertà e mettere l’economia su un processo di crescita accelerata. Questi eventi, ripeto, portarono acqua al mulino dei fautori del libero mercato quale unica possibile soluzione anche teorica. Questo è certamente il clima prevalente alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90. Detto questo, d’altra parte, le varie teorie alternative all’impostazione neoclassica si erano progressivamente frammentate in direzioni a volte tra di loro in contrasto. La teoria neoclassica in fondo è una: si può predicare in diversi modi ma in sostanza è caratterizzata da un sostrato teorico che è unico, su cui c’è convergenza e unanimità, imperniato sui concetti di individualismo metodologico e di razionalità che possono essere anche affievoliti, ma che restano come elementi di referenza imprescindibili. Le altre teorie, invece, si frammentarono e diventarono apertamente, anche se inutilmente, tra loro contrastanti. Ritengo che la ricerca scientifica condotta con impianti teorici alternativi al modello neoclassico sia diventata abbastanza sterile: si è cristallizzata in una critica spesso anche molto puntuale e ben argomentata della teoria neoclassica e neoliberista, indubbiamente essenziale, senza però contribuire a delucidare aspetti teorici fondamentali e gli eventi che venivano ad essere in quegli anni. Non si verificò un progredire nella comprensione teorica; in verità queste teorie poco hanno fatto e poco hanno detto. Questo, secondo me, è assolutamente uno dei problemi. Questa insufficienza è comprensibile, perché è difficile smantellare i paradigmi teorici per sostituirli con altri, soprattutto quando il mondo accademico si cristallizza in una data direzione, ma penso che le teorie alternative poco hanno contribuito all’avanzamento e alla comprensione teorica dei problemi cruciali dell’economia. Nel campo per così dire avverso, invece, impera il grande fascino dell’economia neoclassica che propone un modello elegante e rigoroso rispetto al quale i giovani studiosi si sentono molto attratti inducendoli a pensare che quello è il metodo unico da seguire.

 Gallino ha ragione, però il problema è più complesso. In qualche senso si devono ‘fare i conti’ con il fallimento teorico della teoria neo-ricardiana, della teoria marxista, anche di quella keynesiana e post-keynesiana. Fallimento parziale dovuto più che altro all’incapacità di sviluppare, oltre alla critica al sistema neoclassico di riferimento, un quadro teorico completo. L’ambito scientifico delle teorie cosiddette eterodosse, invece, si restringe e si impoverisce facendo fatalmente brillare il concorrente. Penso che non vi sarebbe stata alcuna difficoltà nell’interpretare il fallimento dell’Unione Sovietica, il cambiamento epocale della Cina e più in generale tutti gli avvenimenti degli anni ‘80 e ’90 con altre teorie più significative e più aderenti alle caratteristiche di quel periodo storico. Tuttavia, ciò non avvenne e lo dico con un forte senso autocritico. In conclusione, è vero quello che dice Gallino, però si cade in errore, a mio avviso, nel pensare che vi sia linearità tra lotta di classe dall’alto e la scomparsa di paradigmi alternativi, nel nostro caso, alla teoria neoclassica. Le classi dominanti hanno bisogno di imporre la propria ideologia, se guardiamo all’evoluzione storica è sempre stato così, ma ciò non è sufficiente per decretare il successo di uno specifico paradigma teorico.

 

  1. Sempre nello stesso periodo, si modifica anche la concezione del ruolo dell’istruzione. Ossia, si registra una spinta a sacrificare i contenuti disciplinari culturali a favore della trasmissione di abilità pratico-operative, dal sapere al saper-fare, e si ha un aumento progressivo di lauree professionalizzanti. L’Università non deve più fornire un’istruzione generica ed ampia, ma preparare dei lavoratori che possono essere impiegati immediatamente. Questa impostazione ha modificato in modo sostanziale i modelli educativi e anche l’insegnamento dell’economia ne ha risentito. Ritiene che oltre all’eliminazione di paradigmi alternativi, si è registrato anche un impoverimento culturale dell’istruzione dei futuri economisti? E, se sì, quali sono a Suo giudizio gli ambiti più toccati da tale impoverimento?

 

 Intanto c’è un impoverimento nei curricula. Per esempio, scompaiono la storia economica, la storia del pensiero economico e la storia in generale, o comunque esse vengono poste in posizioni marginali. Sembra quasi che la storia sia un orpello di cui si può fare a meno. Vi è un impoverimento impressionante non solo da questo punto di vista, ma anche dal punto di vista degli insegnamenti puramente quantitativi. Ad esempio, la matematica che si insegna nei Dipartimenti di Economia deve essere solo quella che serve agli economisti per fare un certo tipo di calcoli. Il fascino della matematica però sta altrove. Molto spesso oggi nei curricula non si trova la matematica, diciamo, interessante, anche la dinamica e l’analisi del cambiamento strutturale non vengono studiati in modo opportuno e cogente. Quindi, non è solo una questione di impoverimento in alcuni settori che possiamo chiamare umanistici ma anche in quelli quantitativi. Sì, la matematica è utile ma è insegnata solo quella che ‘serve’ per gli economisti. Lo stesso avviene, a mio avviso, anche per la statistica: viene insegnata solo quella parte che serve all’econometria. Ciò è utile, ma insufficiente. Gli strumenti quantitativi vengono intesi in maniera molto ristretta per essere di sostegno al paradigma dominante che si sta affermando e che si affermò in modo veramente molto totalizzante. Ritengo che questo impoverimento ci sia stato. Ho l’impressione, del resto, che le grandi novità sul piano della teoria non vengano più tanto dagli economisti, ma da studiosi di altre discipline: ad esempio da fisici e biologi oltre che da psicologi sperimentali. Questi sviluppi sembrano essere ignorati nella grande maggioranza dei dipartimenti di economia.

 

  1. Parliamo ora degli attuali criteri di valutazione della ricerca economica e delle relative carriere accademiche che, come sappiamo, sono basati su classificazioni delle riviste. Queste classificazioni però stanno danneggiando quei ricercatori o centri di ricerca non allineati con il paradigma dominante, infatti, per citare un esempio, è stato dimostrato che nella lista di riviste di economia definite di “classe A” dall’ANVUR quelle che accettano contributi di orientamento critico non raggiungono lo 0,5% del totale. A Suo avviso, ritiene che queste decisioni stiano danneggiando il progresso della disciplina? E che impatto stanno avendo nell’orientare i futuri ricercatori?

 

 L’effetto è devastante e danneggia la disciplina in maniera evidente. Questa è una conseguenza del consolidarsi del paradigma neoclassico in maniera quasi totale. È vero, le grandi riviste di classe A, a grande maggioranza, sono tutte riviste di impostazione neoclassica che non accettano, se non raramente, dei contributi di teoria alternativa. È devastante perché questo, dal punto di vista dei giovani che si affacciano alla carriera scientifica in economia, comporta sapere che se non pubblicano su quelle riviste la carriera non la fanno. Questa è la verità. In questi ultimi anni ho visto un appiattimento veramente amareggiante perché i giovani studiosi sono costretti innanzitutto ad una forte concorrenza tra di loro, poi a cercare di scrivere quanto più possibile e di avere accettazioni quanto più numerose possibili, perché altrimenti si è fuori. L’attenzione all’impact factor è diventata parossistica; tutti questi indici, che sono indici bibliometrici, diventano il punto di discrimine tra essere accettati o non accettati, tra far carriera o non farla. Questo significa che il paradigma neoclassico diventa ancor più totalizzante, anzi diventa totalizzante proprio per questo. Se uno studioso non mette al centro di un paper per una rivista una massimizzazione di una funzione di utilità è difficile che esso venga accettato e dunque difficilmente lo studioso fa carriera. Qualunque voce fuori da questo coro non è ben accetta, e anche se a fatica si riesce a farsi ascoltare, vi sono dei prezzi molto alti da pagare. La disciplina così non avanza in un clima di pluralismo metodologico, essa rimane cristallizzata dentro il paradigma in cui l’individualismo metodologico è sostanzialmente dominante. Per quanto riguarda la capacità di interpretare e di capire i rapporti economici, essa diventa veramente ridotta e unilaterale con gravi danni per una comprensione più approfondita e più realistica.

 

  1. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, il paradigma dominante in economia è sempre stato quello statunitense, anche per ovvi motivi di egemonia geopolitica. Tuttavia, questa sorta di subordinazione culturale è stata istituzionalizzata quando l’ANVUR ha deciso di assumere come benchmark per la valutazione della ricerca in economia quelli stabiliti dagli Stati Uniti. Nel 2006, Luigi Pasinetti, nominato membro del Comitato di Valutazione della Ricerca (CIVR), precursore dell’ANVUR, davanti a questa scelta fece notare la pericolosità della decisione. Egli, infatti, sostenne che adottare degli standard che erano stati sviluppati in un altro paese avrebbe causato una perdita dei tratti caratteristici dell’economia politica italiana, più orientata verso un’analisi storica e istituzionale rispetto a quella statunitense. Ritiene che quel rischio si è oggi palesato e che stiamo perdendo delle specificità della tradizione economica italiana? E se sì, secondo Lei, quali sono i contributi italiani più importanti che stiamo smarrendo?

 

 Quello che dice Pasinetti è certamente vero. Però, attenzione, è vero che questa ideologia dominante viene dagli Stati uniti, ma in qualche misura questa impronta si è affermata in maniera molto prepotente in Europa, anzi per alcuni versi, sia l’Associazione degli economisti europei che le riviste pubblicate in Europa, sono diventate ancora più … realiste del re. Cioè, negli Stati Uniti c’è più pluralismo di quanto non ce ne sia in Europa oggi e questo è un paradosso. E’ tutta una questione relativa perché queste situazioni possono cambiare. Tuttavia, per fare un esempio, la tradizione post-keynesiana è molto forte negli Stati Uniti così come lo è la tradizione istituzionalista che fa capo a Veblen anche se, ovviamente, il peso relativo della teoria neoclassica è certamente dominante.

 Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, stiamo perdendo un patrimonio teorico che è stato molto rilevante, in primis, il pensiero sraffiano e post-sraffiano, quella che possiamo chiamare eredità l’neo-ricardiana. Essa non poteva rappresentare il punto unico della teoria, anche se molti neo-ricaridiani, ahimè, la pensavano così, però essa ha dato dei contributi notevoli che sembrano ora perdersi al di fuori di circoli molto ristretti. Un altro ambito molto importante è quello del pensiero marxista che si sta esaurendo quasi totalmente, ma qui torniamo alle ragioni di cui dicevo prima. Il pensiero neo-marxista in Italia fa molta fatica ad affermarsi malgrado una lunga e feconda tradizione. C’è qualche studioso post-keynesiano ma, di nuovo, si tratta di una minoranza. Il paradosso si riproduce: i giovani trovano molto difficile affrancarsi dalle teorie neoclassiche sia per la loro carriera accademica sia perché attratti intellettualmente essendo il modello dominante molto forte, onnicomprensivo, compatto e che pone delle sfide intellettuali di rigore. I giovani sono molto aperti ma poi vengono riassorbiti completamente dentro l’ambito scientifico dominante. Ora dipende da voi: potere avere delle alternative dipende dalla capacità e dal coraggio che i giovani studiosi avranno di riaffermare un principio pluralista.