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Intervista a Giorgio Gattei: «Il mondo non si riflette più nel pensiero unico»

5 maggio -

Il professor Giorgio Gattei è docente di Storia del pensiero economico all’Università di Bologna dal 1980, membro della Associazione Italiana per la Storia del Pensiero Economico (AISPE). È uno dei più importi rappresentanti della scuola neomarxista.

  1. Nell’attuale insegnamento dell’economia gli approcci alternativi a quello neoclassico sono praticamente scomparsi. Nel 1988, Augusto Graziani affermò che nel corso degli anni Sessanta e Settanta il contenuto dell’insegnamento dell’economia politica si era aperto a una molteplicità di paradigmi in conflitto fra loro, ma vi è stato poi un ritorno al solo paradigma neoclassico come dominante. Sulla base della sua esperienza, concorda con questa visione? Quanto è cambiato l’insegnamento dell’economia politica rispetto a 40 anni fa? Quale ritiene sia un esempio emblematico di questo cambiamento?

 

    Allora, prima di tutto negli anni ’50/’60 e forse ancora negli anni ’70 c’era una pluralità di paradigmi teorici. Se non altro per un motivo semplice, perché c’era il paradigma neoclassico, il paradigma keynesiano, il paradigma sraffiano, che era venuto fuori a partire dagli anni ’60 e poi c’era il paradigma marxista. Questi paradigmi diversi si facevano concorrenza dentro l’università, nel dibattito culturale e nella stampa. Dopodiché, questo pluralismo salta per aria almeno, vengono fatti fuori i paradigmi alternativi e prende il predominio quello che è passato alla storia come il pensiero unico. Ossia, il pensiero neoclassico, rinverdito dagli autori soprattutto degli anni ‘60/’70, alla fine prende l’egemonia e spiazza tutti gli altri paradigmi che non riescono a stare al passo.

 

  1. Nello stesso periodo in cui si affermò l’egemonia della scuola neoclassica, abbiamo sperimentato in Occidente un processo che il sociologo Luciano Gallino ha definito “la lotta di classe dall’alto”, ossia un processo guidato dalle necessità della classe capitalista di recuperare privilegi, profitti e potere che erano stati erosi nel trentennio precedente a causa di un assetto sociale ed economico più favorevole alla classe lavoratrice. Un processo già iniziato negli anni ’70 con dei cambianti tecnologici importanti e che si è accelerato con la caduta dell’URSS. Lei ritiene valida la considerazione che fosse necessario eliminare, ignorare o neutralizzare ogni paradigma alternativo a quello neoclassico anche per costruire consenso attorno al cambiamento politico e sociale che stava avvenendo? E, se concorda, quali sono a Suo giudizio i sintomi più significativi in tal senso?

 

    A me questa storia della lotta di classe dall’alto non soddisfa. Ci fu, ci mancherebbe altro, però rinvia ad una definizione di lotta di classe in conflitto le quali rinviano ad una struttura del capitale. Cioè, io non ce la faccio a capire la lotta di classe a prescindere dal rapporto del capitale, come lo chiama Marx. Il capitale non è una cosa come la merce o il denaro, il capitale è un rapporto in cui ci sono le classi lavoratrici, le classi subalterne e le classi dominanti. È il mutamento del rapporto di capitale che costringe le classi sia subalterne che dominanti a cambiare il loro atteggiamento e, quindi, a battersi per l’egemonia. All’ora a quell’epoca, c’è un grande filosofo marxista, ovvero Althusser, che elabora tutto un discorso proseguendo l’analisi di Gramsci e scopre una cosa importante: la base economica sta sotto, poi sopra c’è la società civile, ossia il luogo di elaborazione della ideologia. La base economica ha una lotta di classe diciamo naturale, oggettiva e inconsapevole: i lavoratori lavorano e vengono pagati a salari, mentre i capitalisti vengono pagati a profitto, poi ci sono anche le banche che danno soldi che vogliono gli interessi. Questo è come direbbe Hegel “il regno animale dello spirito”. Qui ci sono i conflitti distributivi oggettivi. Il problema è che a questo punto sopra c’è la società civile, che è la sovrastruttura, ma che Marx aveva ridotto solo allo Stato, mentre invece in mezzo, ed ecco la novità di Gramsci, tra la base materiale e lo Stato, c’è questa società civile in cui si lotta per l’egemonia cioè per la conquista dello stato. A questo punto, è lì che si crea quella che Althusser ha chiamato la “lotta di classe nella teoria” che è stata persa dai paradigmi alternativi. Di fronte al mutamento della base materiale, infatti, bisognava produrre una teoria adeguata a quel mutamento. Questa non è stata elaborata dai paradigmi alternativi che sono rimasti abbarbicati ai vecchi modelli e a questo punto la lotta di classe nella teoria è stata perduta. Quindi, la conquista dello Stato è avvenuta da parte del paradigma dominante o del pensiero unico che poi ha guidato le scelte politico-economiche degli stati.

    Quindi, le teorie alternative si sono eliminate e neutralizzate da sole perché non sono riuscite a stare al passo. Al passo di cosa? Uno al passo dello sviluppo delle conoscenze analitiche-teoriche, due c’è un fenomeno importantissimo: tutto questo avviene perché la società capitalistica muta d’aspetto e vengono fuori dei problemi economici nuovi che non erano compatibili con le vecchie teorie. Il problema nuovo principale è stato, dopo il conseguimento del pieno impiego negli anni ’60, il fenomeno della stagflazione. Cioè il coacervo per cui al processo inflattivo corrisponde una recessione economica che, dal punto di vista della teoria keynesiana tradizionale, è un’aberrazione. Tutti ci si buttano e nessuno arriva ad interpretarlo, tranne il pensiero neoclassico che ce la fa. O almeno propone una interpretazione che è quella che passa.

   Contemporaneamente le mutazioni dell’economia reale (dal just in time della produzione alla finanziarizzazione e alla globalizzazione) costringono a ripensare il paradigma economico e le vecchie teorie keynesiane, sraffiane, marxiste, vengono messe agli angoli da una realtà che avrebbe richiesto ripensamenti che invece sono mancati. Se è vero quanto detto finora, è ovvio che anche l’insegnamento universitario dovesse riflettere questo mutamento. Ciò vuol dire che gli insegnamenti alternativi presenti nell’accademia si mostrassero come dei dinosauri che continuavano a sopravvivere in un mondo che non aveva più bisogno di loro. Sono sopravvissuti anche troppo nelle riserve indiane dell’università, come il pensiero marxista perché aveva quel referente internazionale che era l’Unione Sovietica, ma scomparsa questa, la riserva indiana marxista non ha avuto più ragione di essere. E anche il pensiero sraffista, che ha vissuto il suo momento di euforia quando la lotta di classe veniva dal basso, a che serve quando la lotta di classe viene dall’alto? Ma sono i docenti stessi che o si riducono ad essere voci che predicano nel deserto fino all’estinzione (la pensione) oppure si vendono al migliore offerente perché soldi, posti di lavoro, notorietà, premi e quant’altro vengono sempre più egemonizzati dal pensiero dominante.

 

  1. Sempre nello stesso periodo, si modifica anche la concezione del ruolo dell’istruzione. Ossia, si registra una spinta a sacrificare i contenuti disciplinari culturali a favore della trasmissione di abilità pratico-operative, dal sapere al saper-fare, e si ha un aumento progressivo di lauree professionalizzanti. L’Università non deve più fornire un’istruzione generica ed ampia, ma preparare dei lavoratori che possono essere impiegati immediatamente. Questa impostazione ha modificato in modo sostanziale i modelli educativi e anche l’insegnamento dell’economia ne ha risentito. Ritiene che oltre all’eliminazione di paradigmi alternativi, si è registrato anche un impoverimento culturale dell’istruzione dei futuri economisti? E, se sì, quali sono a Suo giudizio gli ambiti più toccati da tale impoverimento?

 

    Sì, perché la cultura generale non serve all’impresa! Se l’università diventa un’azienda e deve subire la logica dell’azienda a questo punto ha un problema di profitti e perdite e deve produrre dei laureati immediatamente spendibili sul mercato. Quando mi sono iscritto all’università a metà degli anni ‘70 c’era bisogno di avere tanti laureati e basta, tanto la preparazione tecnica veniva data dall’impresa. L’università doveva produrre un sapere generico e universalistico (per quanto era possibile nelle scienze economiche) che poi veniva mirato e calibrato sugli interessi dell’impresa quando il laureato prendeva a lavorare. Allora, sulla base delle conoscenze generiche che gli erano state date, l’apprendimento professionale era poi mirato alla particolarità dell’impresa. Questo però significava che l’impresa doveva subire il prezzo di adeguare il laureato alle sue necessità. Negli anni ‘80, questo costo si sposta e lo deve subire direttamente l’università. Questa deve fornire il laureato perfettamente adeguato alla mansione che dovrà svolgere nell’impresa e, ecco, la professionalizzazione dei corsi di laurea. Specialmente in una facoltà come quella di economia. Uno tra i tanti difetti di questa professionalizzazione è stato l’abbandono delle discipline storiche e della storia del pensiero economico. Per fare un paragone, è come eliminare la storia delle religioni per consentire la predicazione della religione vincente e quindi dimenticare che ci sono anche altre alternative religiose, che possono essere altrettanto meritevoli di interesse. Aver eliminato le discipline storiche, aver confinato nella riserva indiane le discipline umanistiche a pro delle discipline professionalizzanti è ovvio che è un impoverimento pazzesco.

 

  1. Parliamo ora degli attuali criteri di valutazione della ricerca economica e delle relative carriere accademiche che, come sappiamo, sono basati su classificazioni delle riviste. Queste classificazioni però stanno danneggiando quei ricercatori o centri di ricerca non allineati con il paradigma dominante, infatti, per citare un esempio, è stato dimostrato che nella lista di riviste di economia definite di “classe A” dall’ANVUR quelle che accettano contributi di orientamento critico non raggiungono lo 0,5% del totale. A Suo avviso, ritiene che queste decisioni stiano danneggiando il progresso della disciplina? E che impatto stanno avendo nell’orientare i futuri ricercatori?

 

    Un giovane ricercatore. secondo la teoria delle rivoluzioni scientifiche, quando si afferma una scienza normale e deve cominciare e vuol mantenersi dentro l’accademia è costretto ad adeguarsi alla scienza normale. Perché la scienza normale è l’unica condizione che gli dà possibilità di finanziamento, di carriera, di visibilità, altrimenti rischia di non avere finanziamenti, possibilità di carriera, visibilità pubblica. Quindi, l’insegnamento accademico si sposta dalla parte del vincente ed è normale che ciò avvenga. C’è stata questa controrivoluzione anche nell’accademia ma era scontata, era impensabile che non si verificasse.

    Per capire gli effetti di questa omogeneizzazione del pensiero, bisogna uscire dalla teoria e dall’accademia per andare a vedere che cosa succede nel mondo reale. Possiamo dire che il mondo reale ha trovato per un bel periodo di tempo, ossia per una ventina di anni, una perfetta corrispondenza tra la teoria e l’accademia. Nel senso che c’era un rapporto uno ad uno ed è per questo che ha potuto sviluppare la sua egemonia. Con la svolta degli anni 2000 sta succedendo un’altra cosa. Come abbiamo detto, dall’autunno caldo è venuto fuori il monetarismo, come rimedio alla esplosione salariale, e la finanziarizzazione. Dal crollo dell’Unione Sovietica, è venuta fuori la globalizzazione. Sono le due caratteristiche di questo nuovo paradigma che è quello del pensiero unico. Cosa succede dopo il 2000? Il crollo della finanziarizzazione, segnalato dalla crisi della Lehman Brothers, e il crollo della globalizzazione, di cui se ne può vedere un sintomo con l’attentato alle torri gemelle del 2001. Si scopre improvvisamente che la mancanza dell’Unione Sovietica non ha eliminato gli avversari geopolitici, anzi, ne viene fuori un altro: il fondamentalismo islamico. Vuol dire che la globalizzazione ha delle difficoltà a funzionare e il crollo della Lehman Brothers significa che la finanza mostra dei difetti di funzionamento. Ossia, la base economica sta ricambiando pelle, così come l’abbiamo vista cambiar pelle attorno agli anni ’80. Si sta creando un nuovo mutamento di pelle in una direzione che si intravede appena, ma soprattutto è un mutamento di pelle a cui non è più adeguato il pensiero unico. Per cui, il pensiero unico non ha più capacità di interpretare la nuova dimensione del mondo ed ecco perché improvvisamente sentiamo l’insufficienza di questo paradigma economico. Ma perché adesso? Perché il mondo non si riflette più nel pensiero unico. Questo è il problema. Perché era andato bene? Perché prima c’era una corrispondenza realtà- pensiero, mentre ora questa corrispondenza non c’è più. La realtà ha fatto un balzo in avanti che il pensiero non riesce più a controllare. Allora, così come allora, l’accademia continua a ripetere il paradigma del pensiero unico, ma non funziona più. E allora qual è l’unica cosa che si può fare? Andare a vedere quali erano i paradigmi alternativi di allora per vedere se sono recuperabili ed adattabili alla nuova dimensione del mondo. Ci si era accorti che la politica dei redditi aveva portato ad una mal distribuzione dei redditi, negli anni ’60/70, da cui la necessità del monetarismo di mettere a posto i redditi che si erano “agitati”. Oggi sta venendo fuori che c’è una mal distribuzione della ricchezza. Vuol dire che il conflitto non è più tra il salario e il profitto ma fra chi possiede patrimonio e chi non lo possiede. A questo punto improvvisamente ci si accorge che ci sono quelli che hanno e quelli che non hanno, non sono più i salariati contro i capitalisti, ma gli have e gli have not. È un’altra dimensione, completamente diversa, come si fa a gestire una mal distribuzione del patrimonio quando abbiamo soltanto una teoria della mal distribuzione dei redditi? Questo è un sintomo di una novità. Se la mal distribuzione è dei redditi tra salari e profitti, sappiamo come fare: con la lotta di classe dal basso per aumentare i salari, con il monetarismo dall’alto per aumentare i profitti. Quando la mal distribuzione riguarda il patrimonio, che investe in linea teorica tutte le classi sociali perché comunque tutti possono avere la casa di proprietà e dei soldi in conto corrente, allora mi trovo con delle politiche di redistribuzione della ricchezza che passano, per esempio, da una imposta patrimoniale sugli immobili oppure dal bail in, cioè dal taglio sui depositi in conto corrente. A questo punto, che base sociale può avere un paradigma alternativo che dice che bisogna colpire la proprietà immobiliare e i conti correnti di banca? Come la mettiamo quando li hanno sicuramente i capitalisti, ma anche i salariati? Ne facciamo una distinzione quantitativa? Perché la distinzione salario contro profitto è saltata. Come si fa? Ecco la necessità di andare a vedere nel passato quali sono le lezioni dei vecchi paradigmi per andare a vedere se dal passato possono emergere delle sollecitazioni per costruire un paradigma alternativo a quello dominante, anzi non un paradigma ma tanti paradigmi alternativi.

 

  1. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, il paradigma dominante in economia è sempre stato quello statunitense, anche per ovvi motivi di egemonia geopolitica. Tuttavia, questa sorta di subordinazione culturale è stata istituzionalizzata quando l’ANVUR ha deciso di assumere come benchmark per la valutazione della ricerca in economia quelli stabiliti dagli Stati Uniti. Nel 2006, Luigi Pasinetti, nominato membro del Comitato di Valutazione della Ricerca (CIVR), precursore dell’ANVUR, davanti a questa scelta fece notare la pericolosità della decisione. Egli, infatti, sostenne che adottare degli standard che erano stati sviluppati in un altro paese avrebbe causato una perdita dei tratti caratteristici dell’economia politica italiana, più orientata verso un’analisi storica e istituzionale rispetto a quella statunitense. Ritiene che quel rischio si è oggi palesato e che stiamo perdendo delle specificità della tradizione economica italiana? E se sì, secondo Lei, quali sono i contributi italiani più importanti che stiamo smarrendo?

 

    Rientra il discorso di prima: avendo professionalizzato l’accademia per rispondere al mutamento della base economica, a questo punto, si è andato a prendere il modello dominante che era quello americano. In questo modo, vengono eliminati gli altri paradigmi alternativi che sono sempre esistiti in Italia, anche per la sua caratteristica assolutamente inedita di coesistenza del maggior partito comunista dell’Occidente, quindi di pensiero marxista, dell’attività sindacale molto forte, quindi di sraffismo e di una adesione a un keynesismo non bastardo. A questo punto questi paradigmi sono scomparsi, è arrivato il paradigma dominante americano che ha funzionato come uno spazzaneve. Il pensiero economico italiano ha perso così quella qualità che è tipica di quella che è stata chiamata dagli storici del pensiero economico dell’”alta teoria”, cioè le domande ultime della scienza economica, quelle domande che sembrano apparentemente gratuite. Però se è vero che il mondo sta cambiando in una direzione inedita bisognerà ritrovarne la visione generale e questo richiederà il ritorno a concezioni e discipline umanistiche, storiche, generaliste, per riuscire poi dopo all’interno a trovare le proprie discipline professionalizzanti del nuovo mondo che sta per emergere.

    Mi ero portato una citazione che volevo leggerle di una frase di Hegel del 1808 “il lavoro teoretico, me ne accorgo sempre di più porta, in effetti, più cose nel mondo di quello pratico perché una volta rivoluzionato il regno delle rappresentazioni, la realtà non è in grado di resistergli”. Quindi, ecco la necessità di fare un’attività di produzione di altri paradigmi a dispetto del reale perché, siccome la realtà sta cambiando e ha bisogno di nuove rappresentazioni, il lavoro teoretico alla fine rischia di essere vincente e di far fuori i vecchi arnesi del pensiero unico.