Il potere politico delle teorie economiche*

12 luglio -

 

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Tratto da Austerity – The History of a Dangerous Idea (New York: Oxford University Press 2013)

Traduzione di Nicolò Fraccaroli

 

Vi è una tendenza a credere che la teoria economica sia come un libretto d’istruzioni per far funzionare un’economia. Come le istruzioni per un tavolo da pranzo IKEA, la teoria ci dice che lo scatolone con sopra scritto ‘Economia’ contiene X oggetti da assemblare nell’ordine Y. Questa visione dell’economia tratta la teoria economica come ciò che i filosofi chiamano “teoria corrispondentista” del mondo. In altre parole, qualsiasi cosa il libretto d’istruzioni (la teoria) dica sul tavolo in questione (la realtà) è vero per tutti gli altri tavoli (stati nel mondo), indipendentemente da dove e quando l’informazione sia stata applicata. E se le teorie economiche non fossero delle perfette “corrispondenze” del mondo? O se la nostra conoscenza dell’economia diventasse meno rilevante col passare del tempo dato che il mondo cambia, mentre la teoria resta la stessa? In tal caso la nostra teoria corrisponderebbe sempre meno alla realtà, diventando progressivamente un libretto d’istruzioni sempre meno affidabile.

La teoria economica, nel bene e nel male, ci fornisce degli schemi di regole e istituzioni da costruire per far funzionare un’economia. Ad esempio, se si crede credete che il modello VaR rappresenti un modello adeguato di gestione del rischio, allora si potrebbe potreste pensare che le banche dovrebbero essere autorizzate a gestire i propri rischi in autonomia e servendosi dei loro stessi modelli, così come sostengono le cosiddette “regole di adeguatezza patrimoniale” di Basilea II, che governano i requisiti di riserve di capitale delle banche (cioè quanto capitale le banche devono tenere nelle loro riserve in proporzione a quanto denaro prestano, ndT) e che sono state appunto scritte in larga parte dalle banche stesse per poi essere implementate scrupolosamente dai governi. O ancora, se si pensa pensate che il problema numero uno dell’economia sia sempre ed ovunque l’inflazione, allora probabilmente si sosterrà sosterrete a spada tratta l’indipendenza delle banche centrali per “legare le mani” dei cosiddetti politici incoerenti (time-inconsistent politicians) che -sbagliando- tendono ad ascoltare i cittadini che li hanno eletti. Ma se questi schemi di istituzioni si rivelano difettosi, o se queste regole sono sbagliate perché la teoria su cui si basano funziona in maniera diversa da come il mondo funziona [because the theory they are drawn from differs from how the world actually behaves], allora i nostri libretti d’istruzioni rischierebbero di creare istituzioni più fragili di quanto ci aspettassimo.

 

Infine, le teorie economiche sono di parte e in contrapposizione tra loro nella misura in cui diverse prospettive economiche contengono al loro interno giustificazioni per redistribuire le risorse in maniera diversa. Ad esempio, [...] la contemporanea teoria economica neoliberista [neoliberal economic theory] e la teoria economica liberista classica [classical liberal economic theory] guardano l’economia dal lato “micro” dell’offerta; cioè osservano come i risparmi generino investimenti, che creano a loro volta occupazione e salari con cui vengono comprati i prodotti creati dai lavoratori stessi, generando di conseguenza profitti che l’impresa può reinvestire. Senza l’offerta derivante dagli investimenti non ci sarebbero né domanda né consumi. Secondo l’economia keynesiana, invece, sono i consumi a generare gli investimenti, non i risparmi. Per gli economisti keynesiani è il macro-mondo delle variabili aggregate (redditi, consumi) e della spesa dal lato della domanda che conta. In un mondo keynesiano l’eroe è chi consuma, non chi investe, dato che è la domanda dei consumatori che determina l’offerta degli investitori. Senza domanda non ci sarebbe l’offerta derivante dagli investimenti. Date queste “visioni opposte della società di mercato”, come le chiamò l’economista Albert Hirschman, chi dovrebbe beneficiare, ad esempio, da un taglio delle tasse? I keynesiani direbbero i poveri, dato che ciò permetterebbe loro di consumare di più nell’immediato, stimolando domanda e consumi. Diversamente, i neoliberisti direbbero i ricchi, in modo che questi investano saggiamente. Diverse teorie economiche, quindi, rafforzano e indeboliscono, le posizioni di diverse fazioni politiche ed economiche.

 

La teoria economica, quindi, è allo stesso tempo molto più e molto meno di un libretto d’istruzioni. Molto più perché ha un’importanza causale nel mondo, e non è un semplice riflesso corrispondente ad esso – nel linguaggio dell’economia diremmo che la teoria è endogena rispetto al mondo. Nel tracciare il processo attraverso cui intendono cambiare il mondo, le diverse teorie ci spiegano quali sono le regole da adottare, le politiche da perseguire e come creare delle istituzioni in modo da fornire diversi vantaggi ai vari gruppi sociali. Ma la teoria economica è anche molto meno di un libretto d’istruzioni, data la natura parziale delle teorie e le incomplete descrizioni del mondo che si sforzano di spiegare. Se si rivelano infatti troppo diverse dalla realtà, allora concetti quali la liquidità, la correlazione, e il tail risk diventano nient’altro che derivati della ben più ampia storia del fallimento delle teorie economiche nel fungere da libretti d’istruzioni e schemi istituzionali. Le teorie economiche sono gli strumenti attraverso cui “vediamo” l’economia; ma sono anche gli strumenti che usiamo per agire all’interno di un’economia, il che è la ragione stessa per cui non abbiamo visto arrivare la crisi. Se il modello VaR (vedi sopra per definizione) vedeva la crisi come statisticamente impossibile, le nostre teorie su come funzionano i mercati la rendevano impossibile da un punto di vista teorico, finché la crisi non è arrivata.

 

Ringraziamo il prof. Mark Blyth (Brown University) per averci autorizzato a tradurre e pubblicare sul blog di Rethinking Economics Italia questo estratto dal suo libro Austerity – The History of a Dangerous Idea.

 

*Titolo originale: The Second Blinder: The Political Power of Financial Ideas) tratto da Austerity – The History of a Dangerous Idea. Potete consultare il testo originale alle pagine 34 e 35 del testo integrale cliccando qui. Per acquistare il libro in formato cartaceo cliccate qui.