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Cos’è la teoria post-keynesiana: princìpi e politica economica – Parte I

7 maggio 2020 -

In questa serie di articoli si offre un’introduzione alla teoria post-keynesiana, una ricca tradizione di ricerca che si sviluppa inizialmente a Cambridge grazie agli allievi di John Maynard Keynes per arricchirsi negli anni dei contributi di numerosi studiosi di tutto il mondo. Nel primo di questi quattro appuntamenti, si delineano sinteticamente le caratteristiche principali del pensiero post-keynesiano.

 

 

Diversi economisti trovano nelle opere di John Maynard Keynes fonte di ispirazione e di insegnamento. Ad esempio, i keynesiani della Sintesi Neoclassica (il celebre modello IS-LM), la Nuova Economia Keynesiana (Olivier Blanchard) e gli economisti post-keynesiani si contendono l’eredità del pensiero dello studioso di Cambridge, ma è anche vero che queste diverse correnti di pensiero offrono interpretazioni dei suoi scritti anche profondamente differenti, tanto da far scaturire suggerimenti di politica economica talvolta addirittura contrapposti.
Ma chi sono i discepoli diretti di Keynes? Joan Robinson, Nicholas Kaldor e Richard Kahn sono tra i più influenti allievi dell’economista e vengono considerati i fondatori di quella che viene normalmente definita“Scuola post-keynesiana”. Sebbene questa scuola sia talmente eterogenea da non essere considerata a volte neanche una vera e propria scuola, ma piuttosto una “tradizione di ricerca” (Tortorella Esposito 2012), è possibile trovare dei punti in comune tra gli economisti appartenenti a questo filone di pensiero. King (2013), ad esempio, individua il core della macroeconomia postkeynesiana nelle sei proposizioni di Thirlwall (1993):

  • I livelli di occupazione e disoccupazione si determinano nel mercato dei beni e non in quello del lavoro. Questo vuol dire che il livello di occupazione in un’economia non è il frutto dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro e non è funzione del salario reale, ma dipende dal livello della domanda effettiva.
  • La disoccupazione involontaria esiste ed è provocata da un’insufficiente domanda effettiva, non da imperfezioni nel mercato del lavoro.
  • Nella relazione tra investimenti I e risparmi S, il nesso di causalità va da I ad S (perché più investimenti generano più reddito e quindi più possibilità di risparmio) e non viceversa come sostiene la teoria mainstream. L’eguaglianza tra le due variabili macroeconomiche non è infatti garantita dal tasso di interesse, che è un fenomeno monetario, ma è un puro caso, dato che dipende da decisioni indipendenti di gruppi sociali differenti.
  • Un’economia monetaria come quella capitalistica è differente da un’economia di baratto. La moneta non è neutrale, influenza cioè anche le variabili reali, e la finanza e il debito hanno un ruolo fondamentale nel sistema economico. La possibilità di trattenere moneta in forma liquida, ad esempio, è fonte di incertezza e può provocare un minor impiego di fattori della produzione.
  • La Teoria Quantitativa della Moneta, secondo cui una variazione dell’offerta di moneta si riflette in una variazione proporzionale diretta del livello generale dei prezzi, è rifiutata. Nell’equazione degli scambi di Fisher (MV=PY), infatti, la velocità di circolazione della moneta V non è considerata costante ed il livello di beni prodotto Y non è dato perché non viene determinato nel mercato del lavoro. La moneta è endogena, ossia creata dal sistema bancario in base alla domanda proveniente dal settore produttivo, per cui il nesso di causalità nell’equazione degli scambi (MV=PT) va da sinistra a destra e non viceversa.
  • Le economie capitalistiche sono guidate dagli animal spirits degli imprenditori, che determinano il livello degli investimenti.

 

Le implicazioni delle sei proposizioni di Thirwall sono estremamente rilevanti. Come spiega John E. King (2013, p. 486), le proposizioni implicano il rovesciamento della legge di Say, perché produzione e occupazione sono normalmente demand-constrained e non supply-constrained, tanto da richiedere l’intervento dello Stato per raggiungere e mantenere il pieno impiego; la politica fiscale è dunque efficace (e il noto principio dell’equivalenza di Barro-Ricardo è falso) e politiche dei redditi e di controllo dei prezzi sono necessarie per controllare l’inflazione. Sia ben chiaro che i post-keynesiani ammettono la possibilità di vincoli dal lato dell’offerta che ostacolano la crescita dell’occupazione come, ad esempio, carenza di capacità produttiva per una data forza lavoro (Lavoie 2014, p. 278). Come la stessa Joan Robinson ha ammesso in un’intervista datata 1977, “la disoccupazione nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo non è dovuta a carenze nella domanda effettiva, ma piuttosto a carenze di dotazioni” (Pizano 2009, p. 96). Allo stesso tempo, però, sia chiaro che questa non può essere una situazione generalizzata come pare di cogliere dai modelli di ispirazione neoclassica. Nella stessa intervista, infatti, Robinson sostiene che i classici rimedi keynesiani sono efficaci soluzioni a problemi di sotto-utilizzo della capacità produttiva.
A tal proposito, Lavoie (2014, p. 278) precisa che secondo i post-keynesiani “nella maggior parte dei casi il problema sarà quello di risorse lavorative non impiegate accompagnate da capacità produttiva sotto-utilizzata, dovute a una carenza di domanda effettiva”.La differenza rispetto alla teoria neoclassica sta nel fatto che i post-keynesiani rifiutano l’idea di un tasso di crescita naturale dell’economia determinato dalle sole caratteristiche dell’offerta. Il livello dell’output potenziale – ossia il livello corrispondente al pieno impiego delle risorse – non è indipendente dall’output corrente e quindi neanche dalle componenti della domanda.

 

Per questo l’economia post-keynesiana usa la nozione di path-dependency, con riferimento agli effetti permanenti che gli shock della domanda hanno sull’economia. Come spiegano Arestis e Sawyer(2003, p. 6), lo stock di capitale rappresenta una determinante della capacità produttiva ed il livello della domanda aggregata (che comprende cambiamenti nell’attività economica e profittabilità) ha un impatto sulla spesa in investimenti e quindi sullo stock di capitale.
Per usare le parole di Setterfield (2002, p. 5), “il tasso di crescita naturale è in definitiva endogeno al tasso di crescita effettivo determinato dalla domanda”. In altri termini, politiche che influenzano la domanda e l’output corrente finiscono con avere un impatto nel lungo periodo anche sull’output potenziale.

 

 

Fonti

 

Arestis P., Sawyer M., “Reinventing Fiscal Policy”, The Levy Economic Institute, Working Paper No. 381, 2003.

 

King J. E., “A Brief Introduction to Post Keynesian Macroeconomics”, Wirtschaft und GesellschaftWuG, vol. 39, issue 4, 2013, pp. 485-508.

 

Lavoie M., Post-Keynesian Economics: New Foundations, Edward Elgar, Cheltenham, Uk, Northampton, MA, USA, 2014.

 

Pizano D., “A conversation with Professor Joan Robinson”, in Pizano D., Conversations with great economists, New York: Jorge Pinto Books, 2009, pp. 81-108.

 

Setterfield M., “Introduction: a dissenter’s view of the development of growth theory and the importance of demand-led growth”, in M. Setterfield (ed.), The Economics of Demand-led Growth: Challenging the Supply-side Vision of the Long Run, Edward Elgar, Cheltenham, 2002, pp. 1-16.

 

Thirlwall A. P., “The Renaissance of Keynesian Economics”, in Thirlwall, A. P., (eds.), Essays on Keynesian and Kaldorian Economics, Palgrave Macmillian, 1993, pp. 111-118.

Informazioni su Angelantonio Viscione

Angelantonio Viscione, Ph.D. in Economia Politica, è Consulente protezione sociale INPS. Ha lavorato come assegnista di ricerca all'Università del Sannio (BN) e come collaboratore presso il consorzio Promos Ricerche (NA). All'Università del Sannio ha avuto anche contratti di didattica integrativa in Fondamenti di Economia Politica e in Economia del Lavoro. Dal 2015 fa parte della segreteria organizzativa della rivista scientifica Economia e Politica. I suoi articoli e le sue pubblicazioni sono sul suo blog: angelantonioviscione.blogspot.com. Le opinioni espresse dall'autore non rappresentano necessariamente la posizione dell'istituto di appartenenza.

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