Blanchard e l’Anti-Blanchard [Parte II]

15 settembre -

macro

 

Il modello di Anti – Blanchard di Emiliano Brancaccio

 

Analizziamo ora questi ultimi due punti su cui fa perno l’analisi critica nell’Anti-Blanchard.

Innanzitutto, per l’analisi di un’economia, è bene chiedersi cosa accada quando l’AD non è decrescente ed il perché di tale possibilità. Brancaccio spiega perfettamente che questa situazione si verifica per il possibile manifestarsi, secondo i fautori dell’economia critica, di tre motivazioni tutte volte a rompere il vincolo causale tra la riduzione dei prezzi (ed il conseguente aumento delle scorte monetarie nelle mani degli operatori) e l’aumento degli investimenti e della domanda aggregata.

  1. La prima è il noto caso della “trappola delle liquidità” sottolineato dallo stesso Keynes: quando le scorte monetarie aumentano in termini reali (M/P), generalmente gli operatori cercano di disfarsi di queste investendo in titoli. Se, tuttavia, le aspettative degli operatori riguardo ai titoli nei quali dovrebbero investire sono quelle di future riduzioni dei loro prezzi, allora tali acquisti non verranno effettuati in vista di una potenziale perdita in conto capitale. Nel caso in cui questo si verifichi, una riduzione dei prezzi (ed aumento delle scorte monetarie) non provocherà una riduzione del tasso di interesse e, di conseguenza, neanche un aumento degli investimenti.

 

  1. Anche nel caso in cui la trappola della liquidità non entrasse in azione, nulla determina in modo indissolubile che una riduzione del tasso di interesse stimoli gli investimenti: infatti, gli investitori potrebbero essere (e generalmente sono) più attenti alla redditività futura dei loro investimenti e guadagni. Anche se il tasso di interesse crollasse, gli investitori potrebbero non investire in nuovi macchinari e capacità produttive qualora non vi fosse un sereno panorama all’orizzonte, sia per eventuali crisi economiche, sia per altre motivazioni politico-istituzionali.

 

  1. Il terzo canale che potrebbe minare la relazione inversa tra prezzi e domanda aggregata si riferisce alla complessità della produzione. Assumere un unico bene omogeneo nella produzione può di certo semplificare di molto la spiegazione didattica, ma allo stesso tempo è fuorviante riguardo alle relazioni che vi sono tra le varietà di merci prodotte ed i mezzi di produzione. Questo tema è stato ed è tuttora abbastanza complesso e dibattuto e ci limiteremo ad un breve accenno per motivi espositivi. Potendo essere considerato il tasso di interesse come un costo di produzione per le aziende, quando questo diminuisce non vi è assoluta univocità della misura con cui esso influisce sui prezzi di vendita dei prodotti, potendo essi aumentare, ma anche diminuire.

 

 

Considerando i tre precedenti canali di rottura di una AD decrescente, Brancaccio cerca di considerare una “AD verticale” e collegarla a questo punto con le equazioni che determinano il mercato del lavoro.

Una AD verticale implica che possibili riduzioni dei salari (e dei prezzi) possano non aver affatto alcun impatto espansivo sul reddito a livello aggregato. Se l’AD è verticale, infatti, seppur la AS aumenti (per la riduzione del costo del lavoro), questo si tradurrebbe unicamente in una riduzione dei prezzi lasciando invariato il livello del reddito e della produzione (senza cioè riportarlo ad alcun livello “naturale”).

Riguardo invece il mercato del lavoro, può essere considerata la seconda critica: il modello di Blanchard suppone che il mark-up e la “conflittualità dei lavoratori” (che costituisce null’altro che il loro grado di protezione e rivendicazioni) siano dati esogeni, non influenzati dai rapporti di forza tra lavoratori ed imprese. Riprendendo l’analisi di Marx, si può mettere in dubbio tale ipotesi adducendo invece che sia la produzione sia la distribuzione del prodotto nell’economia siano profondamente influenzabili dai rapporti di forza tra le classi sociali. In questo modo, l’analisi a livello macroeconomico e distributivo tra lavoratori e capitalisti risulta ribaltata, nonostante si siano usati gli stessi strumenti del Blanchard.

 

 

Brancaccio analizza in modo dettagliato le varie casistiche e spiega tutti i possibili risultati considerando l’esogeneità o endogeneità di uno o di entrambi questi parametri. È fondamentale rilevare che, essendo ora entrambi endogeni, non si può più parlare di un tasso di disoccupazione “naturale”. Per limiti di esposizione ci limiteremo qua ad analizzare un caso interessante e piuttosto attuale: il caso di una politica che favorisca l’aumento di produttività del lavoro (A) e la contestuale flessibilizzazione (z) (prevalentemente verso il basso) dei salari al fine di aumentare, secondo l’approccio mainstream, l’occupazione ed il livello della domanda aggregata. Di fatto questo canale di politica economica è stato seguito ed incentivato nell’ultimo decennio, in Italia così come nella maggior parte dei paesi di tutta l’Unione Europea e negli Stati Uniti.

 

 

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Grafico 3 Fonte: Anti-Blanchard, p. 34 Brancaccio Emiliano, 2012 “La moderazione salariale (z’ < z) lascia invariati i salari reali e consente di ridurre la disoccupazione” É importante osservare che: nel caso da noi proposto, oltre ad aversi uno spostamento della funzione dei salari reali richiesti dai lavoratori verso il basso, da F(u, z) a F(u, z’), si ha inoltre uno spostamento verso l’alto della funzione dei salari reali offerti dagli imprenditori, dovuto all´aumento di produttività. Il Grafico 3 è invece la rappresentazione grafica solo del primo effetto.

Secondo l´analisi di Blanchard è facile osservare come, intervenendo su questi due parametri, si sta di fatto aumentando la funzione dei salari reali offerti dagli imprenditori (corrispondente all´equazione “ii” sopra indicata, W/P = A/(1+μ)) e contemporaneamente diminuendo quella dei salari reali richiesti dai lavoratori (corrispondente all´equazione “i” sopra indicata, W/P = F(u, z) ): il tutto, si badi bene, supponendo che le imprese non si approfittino della debolezza dei lavoratori cercando di aumentare il loro mark-up. Queste due politiche, a partire da tali ipotesi, porterebbero ad una sicura diminuzione della disoccupazione e, soprattutto in una situazione di crisi, sembrerebbero funzionare attraverso una indiscutibile maggiore crescita dell´economia, agendo sull´aumento dell´offerta aggregata che riesce a stimolare la domanda aggregata.

 

 

 

Cosa comporterebbero queste due politiche attraverso l’analisi critica di Brancaccio con un’AD verticale e considerando la possibilità di rapporti di forza conflittuali tra la classe lavoratrice e quella degli imprenditori (quindi assumendo che z ed il mark up si aggiustino in funzione di questi ultimi)?

L’aumento della produttività dei lavoratori (A), posto che il mark up non si muova, si traduce automaticamente in un incremento dei salari reali; ma questa supposizione è eccezionalmente forte.  Si può infatti supporre che l’aumento della produttività dei lavoratori non si traduca totalmente in un incremento dei salari reali, ma sia invece assorbita per completo da un aumento del mark up delle imprese che cercano di trarre beneficio dalla loro posizione di vantaggio. La funzione dei salari offerti dalle imprese potrebbe in questo caso non aumentare affatto.

La politica di flessibilizzazione dei salari d’altro canto, avrebbe, come nel caso analizzato da Blanchard, la conseguenza di ridurre la funzione dei salari da loro richiesti. A questo punto, data la riduzione della forza contrattuale dei lavoratori, non sarebbe del tutto assurdo immaginare che le imprese continuino a far pressioni per aumentare il mark-up, ora endogeno e mutabile in relazione ai rapporti di forza, sfruttando proprio la loro posizione di vantaggio relativo.

Sarebbe perciò possibile che la funzione dei salari reali offerti si abbassi ulteriormente fino al punto di equilibrio con la funzione dei salari richiesti, giungendo esattamente allo stesso livello di disoccupazione che vi era prima dell´aumento della produttività e della flessibilizzazione dei salari.

Le politiche avviate hanno favorito l’iniqua redistribuzione delle risorse. Le imprese hanno assorbito l’aumento di produttività dei lavoratori senza che questi vedessero aumentare il loro salario reale (che sarebbe dovuto aumentare proprio per il loro aumento della produttività) o il livello di occupazione.

Ci sarebbe un’ultima domanda da porsi: a livello aggregato, cosa si è verificato con il livello di produzione determinato dall’intersezione tra AD ed AS? Nel caso più ottimista, niente. La AD infatti, rimanendo verticale non permetterebbe ad un espansione dell’AS di avere un impatto positivo a livello aggregato. La AS nel frattempo si è espansa, portando il livello dei prezzi a diminuire in una pericolosa spirale deflazionistica senza aumentare il PIL.

Nel caso peggiore, visto appunto il perpetuarsi della riduzione del livello dei prezzi, sia le famiglie che le imprese potrebbero aspettarsi una loro ulteriore riduzione: se le aspettative deflattive a livello aggregato sono sufficientemente consolidate e diffuse è possibile che gli agenti rimandino consumi ed investimenti. In questo caso l’economia si avviterebbe su se stessa riducendo negativamente anche il livello della domanda aggregata ed ancor più il livello dei prezzi, rendendo sempre più difficile una ripresa dell’economia.

Uno scenario troppo pessimista? Forse. Speriamo lo sia. Speriamo anche che l’aumento di flessibilità del lavoro non abbia fatto sì che le imprese si siano approfittate per completo della loro nuova posizione di vantaggio relativa, o almeno non del tutto; e speriamo inoltre che un possibile aumento costante di produttività sia stato totalmente, o anche solo in parte, riversato in un aumento del salario reale dei lavoratori che hanno prodotto tale risultato.

Lo scenario non è probabilmente mai così chiaro e netto come lo si delinea nei manuali di testo e certamente molte altre variabili entrano in gioco nella realtà. Tuttavia, se i fondamenti teorici, più o meno impliciti alla base delle politiche implementate da più di un decennio nel mercato del lavoro europeo e statunitense (flessibilità del lavoro ed aumento della produttività) fossero corretti, ci si dovrebbe aspettare una costante e cospicua riduzione della disoccupazione ed un aumento delle retribuzioni reali di pari passo con l’aumento della produttività.

I dati sulla diminuzione o meno della disoccupazione sono alla mercé quasi quotidiana di ogni telegiornale italiano: i segnali non sembrano essere affatto incoraggianti. Riguardo all´analisi che si riferisce all´aumento della produttività dei lavoratori e del salario reale da loro percepito si parla molto meno.

 

 

Presentiamo qua un grafico mostrato dal premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz all’ultimo Festival dell’Economia di Trento ad una lezione dell’INET – Institute for New Economic Thinking.

 

 

Figura 1  Fonte: Elise Gould, “Why America’s Workers Need Faster Wage Growth—And What We Can Do About It”, Economic Policy Institute, August 27, 2014.
Figura 1
Fonte: Elise Gould, “Why America’s Workers Need Faster Wage Growth—And What We Can Do About It”, Economic Policy Institute, August 27, 2014.

 

Esistono dubbi sul fatto che vi sia una relazione diretta tra l’aumento della produttività dei lavoratori ed il salario reale da loro percepito.

Per quanto riguarda l’Italia, la situazione non differisce di molto: in un articolo del 2014, Pasquale Tridico evidenzia come, in Italia, l’ “EPL” – il grado di protezione dei lavoratori – è diminuito sia per gli occupati regolari sia per gli occupati regolari che per i lavoratori temporanei, come è possibile vedere dalle seguenti figure.

 

Figura 2  Fonte: Tridico, P. (2014). From economic decline to the current crisis in Italy. International Review of Applied Economics.
Figura 2
Fonte: Tridico, P. (2014). From economic decline to the current crisis in Italy. International Review of Applied Economics.
Figura 3  Fonte: Tridico, P. (2014). From economic decline to the current crisis in Italy. International Review of Applied Economics.
Figura 3
Fonte: Tridico, P. (2014). From economic decline to the current crisis in Italy. International Review of Applied Economics.

 

 

Anche in Italia i salari reali non sono aumentati drasticamente; a dire il vero, come l´autore scrive, nel 2014 erano agli stessi livelli della fine degli anni ´90. La quota salari è inoltre diminuita drasticamente (figura 5).

 

 

Figura 4.  Fonte: Tridico, P. (2014). From economic decline to the current crisis in Italy. International Review of Applied Economics.
Figura 4.
Fonte: Tridico, P. (2014). From economic decline to the current crisis in Italy. International Review of Applied Economics.

 

Figura 5.  Fonte:  OECD (2008 – Employment outlook), ILO (2013), Global Wage Report 2012/2013, ILO Geneve.
Figura 5.
Fonte: OECD (2008 – Employment outlook), ILO (2013), Global Wage Report 2012/2013, ILO Geneve.

 

 

 

Alla luce dei dati, il modello di Blanchard, seppur didatticamente ben spiegato, sembra non rappresentare perfettamente la realtà. Il modello di Brancaccio e dell’ economia critica invece, pur dando un interpretazione più “dolorosa” dei meccanismi economici, sembra descrivere in modo più realistico gli ultimi decenni. Il lato positivo di questa visione è che non siamo ancora in una fase irreversibile e che le sorti, se vogliamo, possono ancora cambiare.