Felicità, questa sconosciuta

21 settembre -

felicità

 

Accostare alla parola “economia” la parola “felicità” pare ai più un’operazione inusuale. L’economia politica è una scienza pragmatica, che studia attraverso i numeri la scarsità delle risorse, la produzione, lo scambio. La felicità, invece, è un argomento velleitario e indefinibile, buono per le penne dei poeti e per il contorto ragionare dei filosofi. Eppure, fermandoci un momento a riflettere sul significato del pensiero economico, non dovrebbe risultare difficile effettuare una tanto ovvia quanto rivoluzionaria considerazione: l’argomento centrale di (quasi) tutta l’economia è proprio la felicità. Che la si chiami “eudemonia” come Aristotele, o “utilità” come Bentham e la microeconomia, o “benessere” come Pigou, si sta sempre parlando della stessa cosa: il “Sommo Bene” di Aristotele, quello nei confronti del quale tutti gli altri beni sono dei semplici mezzi.

 

 

Nonostante la scienza economica sia passata dal “Discorso sulla Felicità” del milanese Pietro Verri ai surreali e utopici (o distopici) modelli neoclassici, il punto d’approdo finale del discorso rimane, anche se nessuno sembra ricordarsene, il perseguimento del benessere. Perché massimizzare il profitto, rendere i processi efficienti, intensificare gli scambi commerciali, aumentare la produzione? Semplice, per stare meglio, sia a livello individuale che collettivo. Se così non fosse, potremmo tutti smettere di occuparci di economia e dedicarci a qualsiasi altra attività, magari più gradevole. Uno dei problemi fondamentali della scienza economica è proprio questo: nonostante tutti i modelli dicano che dovremmo stare molto meglio, la realtà ci mostra che questo non succede.

 

Negli anni Settanta l’economista americano Richard Easterlin, riprendendo il lavoro dello psicologo Hadley Cantril, provò a misurare la felicità delle persone in un modo tanto intuitivo quanto metodologicamente impeccabile, chiedendo cioè a cittadini di diversi Paesi del mondo quanto si ritenessero soddisfatti della propria vita in una scala da uno a dieci. Raccolse i dati e li confrontò con il reddito personale e con quello pro-capite a livello aggregato. Non trovò correlazioni significative fra livelli di reddito e livelli di felicità nei diversi Paesi, e non trovò correlazione nemmeno fra l’andamento del reddito e della felicità nel tempo all’interno dello stesso Paese. Dagli anni Settanta ad oggi molti altri studi hanno indagato sul cosiddetto “Paradosso di Easterlin”, affiancando ai dati soggettivi altri indicatori aggregati come il numero di suicidi, l’incidenza delle malattie mentali, l’alcolismo, l’abuso di droghe. I risultati empirici ottenuti sono tendenzialmente simili. Gli americani non sono più felici dei polacchi pur guadagnando il doppio di questi ultimi, e la generazione cresciuta oggi tra le più svariate comodità non si dichiara più felice di quella precedente. Negli Stati Uniti, il cui modello economico neoliberista è ormai egemone a livello mondiale, si è addirittura assistito ad un declino sostanziale del benessere a fronte di una crescita economica straordinaria.

 

Come quasi sempre succede in economia, la realtà funziona in modo completamente diverso dai modelli che dovrebbero descriverla. La realtà è sbagliata, osserverebbe un convinto sostenitore della scuola di Chicago. Ad altri verrebbe da liquidare la questione con il facile luogo comune dei soldi che non fanno la felicità. In realtà, stando ai dati, i soldi fanno eccome la felicità di chi li guadagna, ma purtroppo per gli economisti ortodossi (e per nostra fortuna) sono solo uno dei molteplici fattori che mediamente vanno ad incidere sul benessere delle persone. La crescita economica ha consentito l’accesso ad un livello di consumo altissimo di beni e servizi, ma le dinamiche sociali di questa crescita hanno in molti casi ridotto altre determinanti fondamentali del benessere che, non passando attraverso il mercato, restano invisibili alla maggior parte degli economisti.  L’errore imperdonabile dell’economia neoclassica è proprio questo: per il benessere conta il livello di consumo e, al massimo, il tempo libero nei modelli più sofisticati. Tutto il resto, la qualità delle relazioni con gli altri, il tipo di lavoro che facciamo, la bellezza dell’ambiente in cui viviamo, la salute, le motivazioni non strumentali, la fiducia nelle istituzioni e nella società, sono solo fregnacce inutili per il probo homo oeconomicus. Questa narrazione, ormai smentita in ogni ambito delle scienze sociali, resta però alla base della maggior parte dei ragionamenti economici che sentiamo ogni giorno nei corsi universitari, sui mass media, ai vertici dei governi mondiali.

 

A livello scientifico siamo ormai tutti d’accordo nel definire l’homo oeconomicus una schematizzazione superata, sbagliata e poco inutile. Eppure ciò sembra non inficiare i modelli che su di esso poggiano. È un po’ come continuare ad abitare al terzo piano di una casa quando i primi due sono crollati al suolo. Se però si accettano le visioni neoclassiche, non sorprende osservare le classi dirigenti occidentali adoperarsi freneticamente per attuare politiche ultraliberiste e smantellare gli argini che frenano la salvifica espansione globale del mercato (le regolamentazioni, la democrazia, lo stato sociale), allo stesso modo in cui non sorprenderebbe vedere salpare spedizioni di ricerca dei confini del mondo una volta accettata la teoria della Terra piatta. Che lo studio dei fenomeni economici, per tornare ad essere un serio terreno di indagine debba essere ristrutturato a partire dalle fondamenta è un fatto ormai chiarissimo. Ma gli studi sulla felicità nell’ambito delle scienze sociali, inaugurati da Richard Easterlin e proseguiti da molti altri autori del calibro di Layard, di Scitovsky, dell’italiano Bartolini, del premio Nobel Daniel Kahneman, che ruolo possono avere in questo difficile processo? Da un lato un ruolo decostruttivo, perché sottolineano con l’inoppugnabile potenza dell’osservazione l’inadeguatezza di certe rappresentazioni teoriche; dall’altro, la possibilità di studiare l’andamento del benessere e di confrontarlo in momenti e Paesi diversi, consente di indagare su quali dinamiche economiche e sociali lo incentivino e quali altre invece lo facciano declinare.

 

A partire da queste considerazioni è possibile formulare teorie che si occupino dell’uomo in quanto tale e non di una sua maldestra schematizzazione. Lo studio dei sistemi economici può dunque analizzare in maniera composita e multidimensionale gli effetti che un determinato meccanismo provoca sulla nostra vita.  Certo è che occupandosi di una materia tanto evanescente come la felicità misurandola con metodi e procedimenti scientifici, bisogna sempre prestare attenzione a non ri-cadere in facili entusiasmi razionalisti e riduzionisti, commettendo errori simili a quelli che ci si propone di correggere. Sebbene la felicità sia in assoluto il dato più neutrale e anti-paternalistico da misurare (puoi essere felice in qualsiasi maniera preferisci, non c’è nessun giudizio morale né modello di benessere stabilito a priori), essa può condurre a paradossi come quello evidenziato da Amartya Sen con l’esempio dello “schiavo felice”. Quella dello schiavo felice è una condizione socialmente desiderabile, oppure esistono valori come la libertà, la solidarietà, il progresso, sovraordinati anche al Sommo Bene aristotelico? John Stuart Mill nel 1861 scriveva: “Vale meglio essere un uomo malcontento che un maiale soddisfatto”. È difficile stabilire se avesse o meno ragione, ed è sempre bene adoperare cautela trattando temi così essenziali. Eppure, cosa certa è che un secolo e mezzo più tardi la società dei consumi, pervasa dall’individualismo più spietato e dall’esigenza continua di stimolare nuovi bisogni, sembra aver risolto la questione posta da Mill in un modo sorprendentemente arguto e originale: molto meglio un maiale insoddisfatto! 

 

 

 

Bibliografia

 

Aristotele, Etica a Nicomaco, IV secolo a.c.

Bartolini S., Manifesto per la felicità, 2011

Bruni L., L’economia la felicità e gli altri, 2004

Easterlin R. A., Does Economic Growth Improve the Human Lot?, 1974

Kahneman D., Economia della Felicità, 2004

Layard R., Happiness, Lessons from a New Science, 2005

Mill J. S., Utilitarism, 1863

Scitovsky T., The Joyless Economy: An Inquiry into Human Satisfaction and Consumer Dissatisfaction, 1976

Sen A., Scelta, benessere, equità, 2006

Verri P., Discorso sulla felicità, 1781

 

 

Fabio Fiorucci è uno studente della laurea magistrale in Economia, curriculum Ambiente e Sviluppo, all’Università di Siena.