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Il 17 settembre di vent’anni fa si spegneva uno dei massimi filosofi del XX secolo, Karl Popper.
Epistemologo, logico, filosofo politico, storico, Popper ha incarnato meglio di chiunque altro la figura dello scienziato sociale che riesce a prendere elementi dai più disparati ambiti per tentare di risolvere i problemi che gli si presentavano di fronte. Questo perché, diceva, “non siamo studiosi di certe materie, bensì di problemi”. Nella sua visione le discipline non esistono e i problemi trascendono i confini di qualsiasi materia.

 

La ricerca, per Popper, non ha, né deve avere fine. Non è la certezza che dobbiamo perseguire, ma la verità. E a questa si può giungere solo attraverso la libera discussione critica che ci permette di individuare e sviscerare gli errori e affrontare efficacemente i problemi. L’errore, quindi, non è un peccato, quanto una semplice felix culpa. Per Popper esso fa parte del metodo scientifico del trial-and-error, per cui i problemi vengono risolti attraverso tentativi di spiegazione apportati da nuove teorie sempre più accurate, nate dall’analisi critica delle fallacie presenti nelle versioni precedenti.

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Ho letto in questi giorni l’ultimo libro di Eugenio Scalfari, L’amore, la sfida, il destino, in cui l’autore a un certo punto declina le diverse accezioni di amore andando da Catullo a Montaigne, da Werther a Foscolo, dall’amore-passione all’amore-amicizia, e così via, fino a darne una sua personale definizione. L’amore, dice, è desiderio. Dell’altro, di un corpo, dell’anima, del potere. L’amore può anche essere verso se stessi, un amore narcisistico che, consapevolmente o meno, ha necessariamente a che fare col potere. Narcisismo è potere, dunque. Un potere oggi espresso soprattutto dal paradigma economico vincente.

 

Noah Smith, nel suo blog riprende un dibattito, quello tra neo-classici e neo-keynesiani, cominciato negli anni Settanta e giunto fino a noi in varie declinazioni e attraverso la voce di diversi economisti. [Read More]