Il professor Stefano Zamagni è docente di Economia politica all’Università di Bologna dal 1981, Adjunct Professor di International Political Economy alla Johns Hopkins University, SAIS Europe di Bologna, ha ricoperto numerose attività accademico- amministrative e ha ricevuto molteplici onorificenze e riconoscimenti. È un rappresentante della scuola di economia civile, co-fondatore della SEC (Scuola di Economia Civile).

 

  1. Nell’attuale insegnamento dell’economia gli approcci alternativi a quello neoclassico sono praticamente scomparsi. Nel 1988, Augusto Graziani affermò che nel corso degli anni Sessanta e Settanta il contenuto dell’insegnamento dell’economia politica si era aperto a una molteplicità di paradigmi in conflitto fra loro, ma vi è stato poi un ritorno al solo paradigma neoclassico come dominante. Sulla base della sua esperienza, concorda con questa visione? Quanto è cambiato l’insegnamento dell’economia politica rispetto a 40 anni fa? Quale ritiene sia un esempio emblematico di questo cambiamento?

   Insegno all’università da 42 anni, e quindi posso affermare che c’è molto meno pluralismo cultural-scientifico oggi di 30/40 anni fa. Un esempio tra i tanti: la storia del pensiero economico è marginalizzata, se non addirittura buttata alle ortiche. Ricordo ancora i miei docenti che insegnavano il paradigma della scuola classica, quello marxiano, neoclassico, keynesiano e addirittura l’approccio del neo-istituzionalismo tedesco. Inoltre, i professori sollecitavano gli studenti a conoscere le diverse opzioni in gioco e ciò allo scopo di alimentare il pensiero critico. Oggi questo non avviene più. Ecco, giudico che questo abbia una implicazione pratica piuttosto grave: non dare la possibilità al giovane studente di acquisire quell’apertura mentale che gli (o le) consenta di porre a confronto posizioni teoriche diverse. Questo comporta una diminutio di libertà. In nome di quale principio, l’istituzione universitaria può obbligare gli studenti a conoscere un solo paradigma scientifico? Un docente non può “imporre” agli studenti la propria visione del mondo, impedendo loro di conoscere altre prospettive di studio e di ricerca.

    Ho insegnato 22 anni alla Bocconi di Milano il corso di storia dell’analisi economica: si è trattato di un’esperienza molto positiva, che mi ha fatto toccare con mano cosa significa prendere sul serio l’istanza del pluralismo tecnico e metodologico. Basterebbe leggere le valutazioni del corso fatte dagli studenti: unanime è sempre stato il consenso sull’opportunità di seguire un corso nel quale si mettessero a confronto l’una teoria con l’altra, un modello con l’altro e se ne ricercassero le differenze a livello dei fondamenti. Questo “habitus mentale” va oggi scomparendo e ciò è un brutto segnale perché vuol dire che si sta favorendo la “notte del pensiero”, l’affermazione di quello che è stato chiamato il pensiero unico. Quanto è in gioco è un problema di libertà, non di efficienza o di convenienza organizzativa.

  1. Nello stesso periodo in cui si affermò l’egemonia della scuola neoclassica, abbiamo sperimentato in Occidente un processo che il sociologo Luciano Gallino ha definito “la lotta di classe dall’alto”, ossia un processo guidato dalle necessità della classe capitalista di recuperare privilegi, profitti e potere che erano stati erosi nel trentennio precedente a causa di un assetto sociale ed economico più favorevole alla classe lavoratrice. Un processo già iniziato negli anni ’70 con dei cambianti tecnologici importanti e che si è accelerato con la caduta dell’URSS. Lei ritiene valida la considerazione che fosse necessario eliminare, ignorare o neutralizzare ogni paradigma alternativo a quello neoclassico anche per costruire consenso attorno al cambiamento politico e sociale che stava avvenendo? E, se concorda, quali sono a Suo giudizio i sintomi più significativi in tal senso?

    Beh, è evidente. La risposta è sì. Chi conosce la storia del pensiero economico sa che è sempre stato così, da sempre, a partire almeno dal 18° secolo. Non per nulla la nostra disciplina è stata chiamata economia politica. Vorrà pur dir qualcosa. Per usare la terminologia aristotelica, l’economia è un sapere che appartiene alla ragion pratica. Aristotele distingueva tre tipi di ragione: la ragion teoretica, la ragion pratica e la ragion tecnica e inseriva l’economia nella ragion pratica. Ciò a significare che l’economia, pur servendosi di argomenti astratti e di strumenti analitici altamente raffinati, mai deve dimenticare che il suo “telos” è quello di suggerire o proporre linee di policy migliorative della condizione umana. Uno dei limiti del mainstream in economia è quello di considerare l’uomo quale deve o dovrebbe essere e non già quale è. Perché è così?

    Tra i primi ad aver colto il punto in modo esplicito fu l’economista francese Frederic Bastiat (1801-1850), capostipite delle teorie “dell’armonia economica”. Altri economisti furono Henry Carey, Francesco Ferrara, John Cairnes. Costoro non diedero grossi contributi all’evoluzione della teoria economica, ma ebbero nel periodo dell’“Era del Capitale” (1850-1870), secondo l’espressione di Hobsbawn, molto successo e grande influenza nei rispettivi paesi. E si capisce perché. Erano tutti sostenitori dell’armonia degli interessi tra le classi sociali e visto che secondo loro tale armonia si realizzava meglio quanto più spinta era la concorrenza, erano accesi liberisti, arcinemici dello statalismo e castigatori del socialismo. (Il 1848 era stato l’anno della sconfitta delle rivoluzioni sociali, dopo di che il movimento operaio entrò in letargo per oltre un ventennio).

    Discorso analogo può essere fatto per Marx, anche se su un fronte diametralmente opposto, e successivamente per Keynes, quando teorizza la necessità del welfare state. Anche in questi casi, il pensiero economico viene guidato da esigenze di natura politica. Si pensi ancora alla teoria walrasiana dell’equilibrio economico generale, il cui intento dichiarato è quello di dimostrare che, in assenza di shocks esogeni di particolare rilevanza, il sistema economico tende – sotto specificate condizioni – ad una posizione di equilibrio nella quale non c’è disoccupazione, né sfruttamento del lavoro e tutti gli agenti economici riescono a massimizzare la loro specifica funzione obiettivo sotto vincoli. Quando poi negli anni 50, Arrow e Debreu dimostreranno che un equilibrio generale è anche – sotto certe condizioni – un ottimo paretiano, si otterrà la più potente giustificazione teorica di un ordine economico che sa autoregolarsi e garantire la migliore allocazione possibile di tutte le risorse. Si può allora capire lo sconcerto dei nostri tempi quando anche l’osservatore più ingenuo si rende conto che l’aumento endemico delle disuguaglianze, la disoccupazione, la distruzione ecologica, il paradosso della felicità e così via rappresentano la più potente dimostrazione dell’incapacità di quella teoria di far presa sulla realtà.

  1. Sempre nello stesso periodo, si modifica anche la concezione del ruolo dell’istruzione. Ossia, si registra una spinta a sacrificare i contenuti disciplinari culturali a favore della trasmissione di abilità pratico-operative, dal sapere al saper-fare, e si ha un aumento progressivo di lauree professionalizzanti. L’Università non deve più fornire un’istruzione generica ed ampia, ma preparare dei lavoratori che possono essere impiegati immediatamente. Questa impostazione ha modificato in modo sostanziale i modelli educativi e anche l’insegnamento dell’economia ne ha risentito. Ritiene che oltre all’eliminazione di paradigmi alternativi, si è registrato anche un impoverimento culturale dell’istruzione dei futuri economisti? E, se sì, quali sono a Suo giudizio gli ambiti più toccati da tale impoverimento?

    A livello culturale la situazione è ancora peggiore. Salvo rare eccezioni, l’economista d’oggi non sa parlare di quel che gli accade intorno. Ognuno coltiva, approfondendolo sempre più, il suo proprio segmento di conoscenza. Ma ciò è in aperta contraddizione con tutta la storia della disciplina. Il rischio grosso che la scienza economica oggi corre è quello di diventare irrilevante, sia socialmente sia culturalmente. Un esempio, tra i tanti. Il paradigma dell’economia civile è una invenzione squisitamente italiana. Il 1753 è l’anno in cui la Università di Napoli istituì la prima cattedra al mondo di economia, denominandola “Cattedra di Economia Civile”. La linea di pensiero di economia civile nasce con Antonio Genovesi e subito dopo si sposterà a Milano dove incontrerà i favori di Pietro Verri, Romagnosi, Gioja e altri. Il paradigma dell’economia politica nasce, invece, in Scozia, dove Adam Smith pubblicherà nel 1776 la sua opera fondamentale, che recupera non pochi concetti presenti nel volume di Genovesi, Lezioni di economia civile (1765). Eppure, salvo talune eccezioni, gli economisti italiani mai hanno raccontato ai loro studenti – fino ad un ventennio fa – questa storia affascinante. Oggi, la situazione sta fortunatamente mutando, perché la prospettiva di studio dell’economia civile sta riguadagnando terreno, soprattutto nell’ambiente anglosassone. E se ne conoscono le ragioni.

  1. Parliamo ora degli attuali criteri di valutazione della ricerca economica e delle relative carriere accademiche che, come sappiamo, sono basati su classificazioni delle riviste. Queste classificazioni però stanno danneggiando quei ricercatori o centri di ricerca non allineati con il paradigma dominante, infatti, per citare un esempio, è stato dimostrato che nella lista di riviste di economia definite di “classe A” dall’ANVUR quelle che accettano contributi di orientamento critico non raggiungono lo 0,5% del totale. A Suo avviso, ritiene che queste decisioni stiano danneggiando il progresso della disciplina? E che impatto stanno avendo nell’orientare i futuri ricercatori?

    Che il mainstream sia, oggi, in crisi irreversibile è ormai chiaro a tutti. Due i sintomi principali. Il primo è il fenomeno che J. Davis ha chiamato “imperialismo al contrario”. Da un quarto di secolo a questa parte, l’economia sta importando dalle discipline limitrofe (psicologia, sociologia, antropologia, scienza politica) concetti e categorie di pensiero. Prima di allora era vero il contrario. Ricorderai la definizione di Hirschleifer dell’economia neoclassica come “regina delle scienze sociali”. Ecco perché oggi si parla di economia comportamentale; economia sperimentale; economia e diritto; political economics (non: political economy). Pensa a nomi come quelli di Simon, Kahneman, Ostrom, Thaler: nessuno di questi era o è un economista; eppure sono stati insigniti del premio Nobel di economia.

    Il secondo sintomo della crisi è ancora più inquietante. Economisti che prima di arrivare al Nobel erano super-ortodossi, una volta ottenutolo si pongono a criticare o a demolire l’impianto del paradigma che essi stessi avevano contribuito a creare. È questo il caso di Stiglitz, Krugman, Phelps, Akerlof, Shiller, Tirole. (Tirole ha appena pubblicato, dopo il Nobel 2016, un libro intitolato L’economia del bene comune. Ma quando mai la scuola neoclassica ha parlato di bene comune?).

    Come la storia della scienza insegna, quando una scuola di pensiero entra in crisi profonda tende a chiudersi in sé stessa, per cercare di difendersi. Ecco perché il mainstream di oggi è più dogmatico e settario del suo antenato. Quando il paradigma walrasiano (e dintorni) si sentiva forte, i neoclassici dialogavano con chi non la pensava come loro (neoricardiani, marxiani, keynesiani, ecc.) ed infatti nei dipartimenti e nelle facoltà di economia c’era ovunque un certo grado di pluralismo. Oggi, invece, la regola è che nessun confronto critico va tollerato e ne vediamo le conseguenze. Ovviamente, questo la dice lunga sul modo con cui avviene il reclutamento dei giovani ricercatori in ambito accademico. Siccome la regola per accedere alla carriera accademica è basata su criteri calibrati sul paradigma dominante il risultato è quello che si vede. Recentemente ho letto di uno studio, ma ora non ricordo più dove, che indica come nelle riviste top 20, di fascia A, i contributi pubblicati negli ultimi 10 anni che non rientrano nel paradigma dominante sono stati lo 0,52%. È agevole comprendere le implicazioni pratiche: se voglio fare carriera devo immettermi nel mainstream. E questo è molto grave, anche perché distrugge la curiositas di cui parlava l’Ipponate. Allora delle due l’una: o si ha il coraggio di dire che tutti quelli che non condividono quel modo di fare teoria, sono incapaci o inadeguati, però bisogna dimostrarlo, oppure bisogna ammettere che nelle riviste top 20 c’è qualcosa che non va. Il criterio di reclutamento è troppo distorto in una sola direzione, e questo è un pessimo segnale che noi diamo ai giovani. Il risultato è l’aumento di una particolare forma di schizofrenia: si segue un orientamento quando si opera entro l’ambiente accademico, e se ne segue un altro al di fuori. Non c’è bisogno di essere psicoterapeuti per capire che ciò è causa di non poche patologie. Perché un giovane non può andare avanti così, perché ci va di mezzo l’identità personale.

  1. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, il paradigma dominante in economia è sempre stato quello statunitense, anche per ovvi motivi di egemonia geopolitica. Tuttavia, questa sorta di subordinazione culturale è stata istituzionalizzata quando l’ANVUR ha deciso di assumere come benchmark per la valutazione della ricerca in economia quelli stabiliti dagli Stati Uniti. Nel 2006, Luigi Pasinetti, nominato membro del Comitato di Valutazione della Ricerca (CIVR), precursore dell’ANVUR, davanti a questa scelta fece notare la pericolosità della decisione. Egli, infatti, sostenne che adottare degli standard che erano stati sviluppati in un altro paese avrebbe causato una perdita dei tratti caratteristici dell’economia politica italiana, più orientata verso un’analisi storica e istituzionale rispetto a quella statunitense. Ritiene che quel rischio si è oggi palesato e che stiamo perdendo delle specificità della tradizione economica italiana? E se sì, secondo Lei, quali sono i contributi italiani più importanti che stiamo smarrendo?

    Quel che va sempre tenuto a mente è che il paese che raggiunge la potenza economica sempre, prima o poi, finisce con l’esercitare l’egemonia culturale – come già A. Gramsci aveva magistralmente chiarito. È per questo che bisogna coltivare la biodiversità culturale. Nel caso dell’economia, ciò è molto chiaro. L’Inghilterra, culla della prima rivoluzione industriale, diventa la prima potenza economica e finisce con l’imporre il paradigma della “political economy” al resto del mondo occidentale. Quella dell’economia civile, invece, è una tradizione di pensiero che affonda le sue radici nell’Umanesimo civile del Quattrocento e che è continuata, con alterni successi, fino al suo periodo d’oro, quello dell’Illuminismo italiano, milanese e soprattutto napoletano. Mentre con Smith e Hume si delineavano in Scozia i principi della Political Economy, a Napoli, negli stessi anni, prendeva corpo con Genovesi, Filangieri, Dragonetti il programma di ricerca della Economia civile. Tra la scuola scozzese e quella napoletana–milanese sono molte le analogie: la polemica anti-feudale (il mercato è soprattutto un mezzo per uscire dalla società feudale); la lode per il lusso come fattore di cambiamento sociale, senza eccessive preoccupazioni per i “vizi” di chi consuma quei beni; una grande capacità di cogliere il mutamento culturale che lo sviluppo dei commerci stava operando in Europa; la presa d’atto del ruolo essenziale della fiducia per il funzionamento di una economia di mercato. Al tempo stesso però esiste tra Political Economy ed Economia Civile una differenza profonda. Smith pur riconoscendo che l’essere umano possiede una naturale tensione alla socievolezza (alla sympathy e alla correspondence of sentiments con gli altri) non considera che la socievolezza, cioè la relazionalità non strumentale, sia faccenda rilevante per il funzionamento dei mercati. Anzi, in alcuni passaggi sia della Theory of Moral Sentiments, sia della Wealth of Nations, Smith scrive esplicitamente che sentimenti e comportamenti di benevolenza complicano il meccanismo di funzionamento del mercato, il quale funzionerebbe tanto meglio quanto più strumentali sono i rapporti al suo interno. Il mercato, per Smith e per la tradizione che dopo di lui diverrà ufficiale in economia, è mezzo per costruire relazioni autenticamente sociali (non c’è società civile senza mercati), perché libera da legami verticali e di status non scelti, ma non è in sé stesso luogo di relazionalità. Che le relazioni mercantili siano impersonali e mutuamente indifferenti non è per Smith un aspetto negativo, ma positivo e civilizzante: solo in questo modo il mercato può produrre benessere e sviluppo. Amicizia e rapporti di mercato appartengono dunque a due ambiti ben distinti e separati; anzi, l’esistenza delle relazioni di mercato nella sfera pubblica (e solo in questa) garantisce che nella sfera privata i rapporti di amicizia siano autentici, scelti liberamente e sganciati dallo status.

    Su questi aspetti, centrali nella prassi e nella teoria economica contemporanea, la tradizione dell’Economia civile dissente in modo radicale. L’Economia civile guarda oltre l’economia di tradizione smithiana che vede il mercato come l’unica istituzione davvero necessaria per la democrazia e per la libertà: l’economia civile ricorda che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di reciprocità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o a quella pubblica. Il che è proprio quanto avviene con i beni comuni. Ho motivo di ritenere che non ci voglia molto tempo ancora prima che un “paradigm shift” abbia a realizzarsi in economia. Il tempo dirà se vedo giusto o no.