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https://sloanreview.mit.edu/article/developing-versatile-leadership/

Is it possible to quantify, using economic variables, what is in principle not subject to economic evaluation? A recent Harvard research seems to have achieved such an ambitious goal, but this inevitably makes ethical issues arise.

 

In the last few years, an increasing concern has developed with regard to the externalities of firms. An externality is the cost or benefit implied by an economic activity that affects a third party who did not choose to incur that cost or benefit and without this being reflected in market prices. They are one of the main justifications for public intervention in the economic sphere. On one hand, governments should reduce negative externalities through mindful regulation. On the other, they should incentivize positive externalities, which usually are not the firms’ most pressing priorities, since they do not directly result in any monetary advantage.

The profitability of a company stays unaltered both if the air of our neighborhood becomes unbreathable due to industrial waste and if we enjoy the benefits of gentrification brought about by a successful commercial activity. Can businesses, in principle, be ethical? If so, how to apply analytical tools to ethics and to subsume what is qualitative par excellence under the scope of the queen of  social sciences, namely economics? The former is a philosophical interrogation, the latter a methodological one. The consequence is that they are respectively dealt with by two different research approaches, which urge us to find a common synthesis in order to successfully coordinate and inspire our practical response. [Read More]

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Già dalla sua esortazione nell’Evangelii gaudiumPapa Francesco critica aspramente «un’economia dell’esclusione e dell’inequità», un’economia che «uccide» (EG n. 53), e solleva una questione morale e non per porre mano direttamente ad una riforma dell’attuale sistema finanziario dal punto di vista strutturale e tecnico. Non è infatti compito specifico della Chiesa proporre una simile riforma, semmai della politica e dello stesso mondo economico. Forse per questo lo scorso maggio ha inviato una lettera ad economisti di tutto il mondo, «vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un ‘patto‘ per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani». La lettera che Papa Francesco ha inviato per costruire una nuova economia rappresenta un passo molto importante per cercare di generare un vero cambiamento.

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Dalla crisi finanziaria del 2008 qualcosa è cambiato. Ormai le politiche economiche non convenzionali sono nell’agenda delle banche centrali e dei governi e si discute apertamente di teorie che fino a tempo fa erano considerate tabù. Qualcosa è cambiato anche nell’insegnamento dell’economia. Gli economisti neoclassici cercano di inserire nei loro modelli frizioni ed elementi nuovi, seguendo (tardivamente) la lezione di Hyman Minsky. Il pensiero economico eterodosso è sempre meno considerato eretico ed è (un po’) più rispettato. Molti ormai criticano apertis verbis l’impostazione dominante in economia, il cosiddetto mainstream. Ed è giusto così. Ma cosa metteremo al posto del mainstream quando sarà morto di vecchiaia o malattia?

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PERCHÉ QUESTO ARTICOLO

 

Questo articolo nasce come critica costruttiva al lavoro svolto da Rethinking Economics Italia negli ultimi anni. Conoscemmo entrambi RE Italia nell’autunno del 2014, tramite la sezione della LUISS Guido Carli, dove studiavamo per la nostra laurea triennale. All’epoca RE Italia era una realtà molto giovane, e oltre all’associazione LUISS esistevano solamente tre o quattro sezioni locali. [Read More]

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In one word: timing.

 

With the demise of the neo-Marxian theories in the late Seventies and the rise of neoclassical economics in the early Eighties, a new course for economics had begun. The new models appeared to be incredibly on-point, elegant, and mathematically intriguing – aside from being politically appealing, as the Reagan and Thatcher governments might suggest. [Read More]

In un articolo di Lacetera e Macis si sosteneva che il pensiero unico in economia fosse una “favola” priva di fondamento. Ecco perché questo non è vero, a partire dall’insegnamento

 

Qualche settimana fa è stato pubblicato su pagina99 un articolo dal titolo “La favola del pensiero unico in economia”, in cui si cercava di smentire l’idea contenuta nel nostro manifesto che l’insegnamento dell’economia sia dominato da un “pensiero unico”, conosciuto a livello internazionale anche come mainstream. Il fulcro nella critica dei due autori di questo post sta nel fatto che negli ultimi 30 anni la disciplina  è  stata “caratterizzata da intensi dibattiti tra posizioni diverse, spesso radicalmente opposte”, anche nelle università più prestigiose del mondo. Insomma, l’idea di fondo è che un dibattito tra economisti effettivamente abbia avuto luogo -e lo ha ancora oggi- e pertanto la critica contenuta nel manifesto studentesco per il pluralismo nell’economia “è a dir poco affrettata”. Nel post qui presente cercheremo di  dimostrare come tali critiche siano fuorvianti e imprecise… [continua su pagina99]

Manifesto.

 

A Global Student Call for Pluralism in Economics

 

Negli ultimi sette anni, con gli effetti della crisi finanziaria sotto gli occhi di tutti, un’altra crisi economica, con implicazioni profonde per tutti noi, è passata quasi inosservata: la crisi teorica dell’economia e del suo stesso insegnamento. La stagnazione dell’offerta didattica e di una pedagogia ridotta e riduttiva dura ormai da decenni, nonostante ripetuti sforzi, da parte degli studenti, volti a cambiare questa situazione. Ora, nel pieno della crisi finanziaria globale, tali iniziative studentesche hanno trovato nuova linfa ed una rinnovata energia in diversi paesi tra cui Argentina, Austria, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, India, Inghilterra, Israele, Italia, Nuova Zelanda, Scozia e Stati Uniti. [Read More]

Le ragioni.

 

Nell’inverno del 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la regina Elisabetta d’Inghilterra chiese a una sala gremita di professori della London School of Economics come fosse possibile che nessuno avesse previsto questa crisi. L’imbarazzo dei professori nel trovare una risposta di fronte a una domanda tanto semplice nella formulazione quanto complessa nella sua soluzione, portò molti a nutrire numerosi dubbi nei confronti dell’economia cosiddetta “mainstream”, dominante nei syllabus universitari.

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