Archivi categoria: Teoria e pensiero economico

https://sloanreview.mit.edu/article/developing-versatile-leadership/

Is it possible to quantify, using economic variables, what is in principle not subject to economic evaluation? A recent Harvard research seems to have achieved such an ambitious goal, but this inevitably makes ethical issues arise.

 

In the last few years, an increasing concern has developed with regard to the externalities of firms. An externality is the cost or benefit implied by an economic activity that affects a third party who did not choose to incur that cost or benefit and without this being reflected in market prices. They are one of the main justifications for public intervention in the economic sphere. On one hand, governments should reduce negative externalities through mindful regulation. On the other, they should incentivize positive externalities, which usually are not the firms’ most pressing priorities, since they do not directly result in any monetary advantage.

The profitability of a company stays unaltered both if the air of our neighborhood becomes unbreathable due to industrial waste and if we enjoy the benefits of gentrification brought about by a successful commercial activity. Can businesses, in principle, be ethical? If so, how to apply analytical tools to ethics and to subsume what is qualitative par excellence under the scope of the queen of  social sciences, namely economics? The former is a philosophical interrogation, the latter a methodological one. The consequence is that they are respectively dealt with by two different research approaches, which urge us to find a common synthesis in order to successfully coordinate and inspire our practical response. [Read More]

cartamoneta

 

 

Teoria nominalista della moneta-credito. Valore astratto, credito e Stato

 

Nel senso pieno del termine [la moneta] può esistere soltanto in relazione alla moneta di conto. 

Keynes, 1930

 

Le radici della teoria nominalista della moneta risiedono nei contributi teorici degli economisti inglesi del XVII e XVIII secolo, della scuola storica tedesca e della teoria statale della moneta del XIX secolo. Venendo ai tempi più recenti, un notevole influenza sulla concezione eterodossa della moneta è arrivata dalle teorie keynesiane, circuitiste e neocartaliste del XX secolo.

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moneta

 

 

Recentemente è stato pubblicato in Italia un libro che approfondisce un tema, la moneta, troppo spesso oggetto di confusione in ambito sia accademico che mediatico. Si tratta di La natura della moneta, scritto nel 2004 dal sociologo di Cambridge Geoffrey Ingham e tradotto e pubblicato nel maggio 2016 da Fazi Editore.

 

L’importanza dell’argomento in questione e i problemi relativi alla sua trattazione sono da molti riconosciuti; ad esempio, Pavlina Tcherneva, Associate Professor di economia al Bard College di New York, sostiene che «poche istituzioni sono importanti per il benessere umano come l’istituzione della moneta. Ancora meno sono ancora tanto grossolanamente fraintese» (Tcherneva, 2016).

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Negli anni Sessanta si sviluppò tra alcuni economisti[1] un interessante dibattito che vedeva le due Cambridge – UK e USA – schierate su posizioni contrapposte. Da una parte, nella Cambridge inglese, c’era, tra gli altri, Piero Sraffa, uno studioso di economia alla corte di Lord Keynes, che con la pubblicazione della sua opera Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica (1960) muoveva una serie di potenti critiche alle fondamenta della teoria marginalista. A rispondere da oltreoceano, invece, c’erano Paul Samuelson e altri esponenti della teoria neoclassica[2] che assunsero posizioni e atteggiamenti diversi nei confronti delle acute critiche ricevute da Sraffa.

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Dal quarto ed ultimo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Matteo Corsini, uno dei maggiori studiosi italiani della teoria austriaca, ce ne descrive la visione dell’economia, dello stato e delle banche. Si ringraziano Federica Meluzzi e Giacomo Rubbini per questo articolo.

 

La teoria austriaca, ci spiega Matteo Corsini, prende le mosse da un interrogativo fondamentale riguardo all’individuo: come può egli sopravvivere?

Innanzitutto è necessario che si procuri qualcosa che gli consenta di sostentarsi; l’individuo inizia quindi producendo ciò di cui ha bisogno, dando origine a una primitiva economia di sussistenza in cui si produce esclusivamente ciò che si consuma.

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Dal terzo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Il professor Gattei ci descrive la visione marxista dell’economia, dalle intuizioni di Marx al dibattito successivo. Si ringrazia Cristina Re per questo articolo.

 

Per introdurci a Marx il professor Gattei parte da due considerazioni riguardanti l’economia moderna ed il profitto capitalistico.

 

1) L’economia odierna è mercantile, monetaria e capitalista: mercantile perché viviamo in un sistema di mercato, composto da una fitta rete di scambi, e monetaria perché la maggior parte di questi scambi avviene tra merci (A e B) di valore equivalente (M= MB) con la moneta come controparte (D = MB). L’ultima qualificazione dell’economia odierna è quella più problematica: in un’economia capitalista, il denaro non viene più utilizzato per acquistare le merci ma i lavoratori; più precisamente la loro forza-lavoro, ovvero la capacità dei lavoratori, provvisti di adeguati mezzi di produzione, di produrre qualsiasi merce (D = FL).

 

2) Le merci prodotte in un processo di produzione capitalistico sono proprietà del capitalista, il quale le vende e le converte in denaro; l’esito di questo processo è il profitto capitalistico ( Π ). Si tratta della formula della circolazione capitalistica di Marx: con il denaro si compra forza-lavoro, con cui si realizza un processo di produzione il cui esito è nuovamente denaro (D –> FL –> M –> D’). Affinché questo processo sia stabile si deve produrre più denaro di quanto necessario ad avviarlo, ovvero generare un profitto positivo ( D’ – D = Π > 0 ); tuttavia, può entrare in crisi se la forza-lavoro non è sufficientemente ampia o produttiva, o se non si riesce a riconvertire la produzione in denaro.

 

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Dal secondo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Il professor Ricottilli ci introdurrà a neo- e post-keynesiani a partire dalle teorie della moneta e dell’investimento classica, neo-classica e keynesiana. Si ringrazia Jan Mazza per quest’articolo.

 

Il professor Ricottilli ha scelto la moneta come punto di partenza. La moneta, per il pensiero classico nulla più che un mezzo di scambio il cui significato giaceva nella traduzione nominale di un’operazione di scambio o di produzione reale, nell’opera keynesiana diventa un fattore fondamentale nella determinazione del risparmio, insieme alla domanda effettiva e al concetto di aspettative cui è indissolubilmente legata. Due idee ben diverse quindi, a partire dalle quali si costruiscono altrettanto diverse teorie degli investimenti. [Read More]

Dal primo incontro del ciclo di seminari sulle scuole di pensiero economico organizzato da Rethinking Economics Bologna. Il professor Zamagni ci introdurrà al pluralismo e ce ne mostrerà la necessità, in contrasto con l’omologazione cui assistiamo nelle facoltà (e nelle politiche) di tutto il mondo. Si ringraziano Lorenzo Cresti e Nicola Visonà per questo articolo.

 

Se si dovessero esporre tre motivi a favore di un maggiore pluralismo teorico nell’insegnamento della scienza economica, potrebbero essere individuati nei seguenti:

 

1) L’economia non è una scienza darwiniana: l’ultima teoria economica, in ordine cronologico, non comprende i risultati raggiunti dalle teorie precedenti. Questo senza negare l’esistenza di una qualche forma di evoluzione nel processo di cambiamento storico delle idee economiche. Neghiamo però che si tratti di uno sviluppo unidirezionale, omogeneo e, anzi, unico [cfr Zamagni, Profilo di Storia del Pensiero Economico].

 

2) L’economia non è una scienza naturale, ma una scienza sociale: i fatti economici non sono immutabili, bensì cambiano nel tempo e nello spazio, cosicché problemi che appaiono cruciali in un certo periodo (o Paese) possono risultare del tutto irrilevanti in un altro. Inoltre, i giudizi di valore degli scienziati, riguardanti gli oggetti di studio e le assunzioni di base da cui si formulano le relazioni di causazione, hanno un effetto diretto sugli esiti dei loro studi economici. Da notare che, in ultima istanza, sono le società nel loro complesso a decretare la rilevanza dei problemi da studiare, a stabilire le direzioni in cui vanno cercate le soluzioni e, da ultimo, a decidere quali siano le teorie giuste.

 

3) Succede che su alcuni temi e problemi fondamentali si formino degli orientamenti di base (caratteristiche personali, etiche e politiche), in particolare, di chi applica i risultati raggiunti attraverso gli studi economici. Si vedano per esempio le visioni contrastanti riguardo la regolamentazione del mercato, o la teoria del valore (da Ricardo a Jevons e poi a Sraffa), o l’orientamento macroeconomico contro quello microeconomico in tema di distribuzione del reddito; e così via.

 

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felicità

 

Accostare alla parola “economia” la parola “felicità” pare ai più un’operazione inusuale. L’economia politica è una scienza pragmatica, che studia attraverso i numeri la scarsità delle risorse, la produzione, lo scambio. La felicità, invece, è un argomento velleitario e indefinibile, buono per le penne dei poeti e per il contorto ragionare dei filosofi. Eppure, fermandoci un momento a riflettere sul significato del pensiero economico, non dovrebbe risultare difficile effettuare una tanto ovvia quanto rivoluzionaria considerazione: l’argomento centrale di (quasi) tutta l’economia è proprio la felicità. Che la si chiami “eudemonia” come Aristotele, o “utilità” come Bentham e la microeconomia, o “benessere” come Pigou, si sta sempre parlando della stessa cosa: il “Sommo Bene” di Aristotele, quello nei confronti del quale tutti gli altri beni sono dei semplici mezzi.

 

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macro

 

Il modello di Anti – Blanchard di Emiliano Brancaccio

 

Analizziamo ora questi ultimi due punti su cui fa perno l’analisi critica nell’Anti-Blanchard.

Innanzitutto, per l’analisi di un’economia, è bene chiedersi cosa accada quando l’AD non è decrescente ed il perché di tale possibilità. Brancaccio spiega perfettamente che questa situazione si verifica per il possibile manifestarsi, secondo i fautori dell’economia critica, di tre motivazioni tutte volte a rompere il vincolo causale tra la riduzione dei prezzi (ed il conseguente aumento delle scorte monetarie nelle mani degli operatori) e l’aumento degli investimenti e della domanda aggregata.

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