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Già dalla sua esortazione nell’Evangelii gaudiumPapa Francesco critica aspramente «un’economia dell’esclusione e dell’inequità», un’economia che «uccide» (EG n. 53), e solleva una questione morale e non per porre mano direttamente ad una riforma dell’attuale sistema finanziario dal punto di vista strutturale e tecnico. Non è infatti compito specifico della Chiesa proporre una simile riforma, semmai della politica e dello stesso mondo economico. Forse per questo lo scorso maggio ha inviato una lettera ad economisti di tutto il mondo, «vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un ‘patto‘ per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani». La lettera che Papa Francesco ha inviato per costruire una nuova economia rappresenta un passo molto importante per cercare di generare un vero cambiamento.

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PERCHÉ QUESTO ARTICOLO

 

Questo articolo nasce come critica costruttiva al lavoro svolto da Rethinking Economics Italia negli ultimi anni. Conoscemmo entrambi RE Italia nell’autunno del 2014, tramite la sezione della LUISS Guido Carli, dove studiavamo per la nostra laurea triennale. All’epoca RE Italia era una realtà molto giovane, e oltre all’associazione LUISS esistevano solamente tre o quattro sezioni locali. [Read More]

Recentemente noi studenti di Rethinking Economics – associazione studentesca che mira innanzitutto a rendere plurale l’insegnamento dell’economia nelle università– abbiamo dedicato la nostra attenzione anche all’ambito della ricerca in economia e, più in particolare, alla valutazione della qualità della ricerca condotta dall’ANVUR (Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca). Anche qui, come nella didattica, è emerso un quadro preoccupante riguardo ai rapporti di forza tra teoria dominante e teorie alternative; a nostro avviso, è fondamentale agire anche su questo livello, sia per la sua importanza specifica sia per gli inevitabili effetti sulla formazione dei futuri professori e dunque, in ultima istanza, sull’insegnamento.

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Il 17 settembre di vent’anni fa si spegneva uno dei massimi filosofi del XX secolo, Karl Popper.
Epistemologo, logico, filosofo politico, storico, Popper ha incarnato meglio di chiunque altro la figura dello scienziato sociale che riesce a prendere elementi dai più disparati ambiti per tentare di risolvere i problemi che gli si presentavano di fronte. Questo perché, diceva, “non siamo studiosi di certe materie, bensì di problemi”. Nella sua visione le discipline non esistono e i problemi trascendono i confini di qualsiasi materia.

 

La ricerca, per Popper, non ha, né deve avere fine. Non è la certezza che dobbiamo perseguire, ma la verità. E a questa si può giungere solo attraverso la libera discussione critica che ci permette di individuare e sviscerare gli errori e affrontare efficacemente i problemi. L’errore, quindi, non è un peccato, quanto una semplice felix culpa. Per Popper esso fa parte del metodo scientifico del trial-and-error, per cui i problemi vengono risolti attraverso tentativi di spiegazione apportati da nuove teorie sempre più accurate, nate dall’analisi critica delle fallacie presenti nelle versioni precedenti.

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