Ripensare l’economia: quello che gli studenti di economia non sanno

22 maggio -

SCUOLA: MATURI 2012, LA META' SCEGLIE UNIVERSITA'

 

In questo articolo si presenta il testo della relazione tenuta dall’autore ad una conferenza presso l’Università di Padova organizzata dal gruppo Il Sindacato degli Studenti, il giorno 11 maggio 2016.

 

ABSTRACT

La presente relazione vuole mettere in luce le questioni che riguardano la domanda di ripensamento dell’economia degli studenti di Rethinking Economics, parte del network globale International Students Initiative for Pluralism in Economics (ISIPE), in seguito allo scoppio della crisi finanziaria, denunciando l’incoerenza delle teorie presentate nei manuali di testo rispetto alla realtà. Ciò invita a guardare alla richiesta di ripensare l’economia non come un mero capriccio intellettuale, ma come ad una precisa e quanto mai seria necessità storica che non può più rimanere inascoltata. In particolare, questa relazione andrà ad indagare la natura della scienza economica, su cosa l’economia è o non è. Attraverso un breve sguardo storico, andremo a vedere come le teorie economiche sono profondamente influenzate dal contesto storico e dalle problematiche economiche caratterizzanti una data società. Questo approccio al pensiero economico, suggerito da Amiya Kumar Dasgupta, vi aiuterà a capire in che misura la scienza economica è “plurale” al suo interno e i motivi per cui in modo plurale andrebbe insegnata.

1. Introduzione

 

“Non vi è dunque ragione di ritenere che una politica di salari flessibili sia atta a mantenere uno stato di continua occupazione piena; come non vi è ragione di ritenere che una politica monetaria di intervento sul mercato aperto sia capace da sola di raggiungere tale risultato”. Keynes, 1936

 

“Uno studio della storia del pensiero è premessa necessaria all’emancipazione della mente. Non so cosa renderebbe più conservatore un uomo, se il non conoscere null’altro che il presente, oppure null’altro che il passato.” Keynes, 1926

 

Già da queste due citazioni è facile capire le ragioni del nostro essere qui e della nostra associazione: Rethinking Economics.

L’economia italiana sta attraversando il suo ottavo anno di stagnazione; solo negli ultimi anni la crescita è tornata positiva ma ancora troppo debole e inadeguata per recuperare la capacità produttiva andata persa negli ultimi anni. La debolezza dell’economia italiana non è un caso isolato, ma riflette un malessere generalizzato che si ripercuote sull’economia globale. Dietro a questo malessere c’è la politica economica; dietro alla politica economica c’è la teoria economica (volendo appositamente, ma non ingenuamente, tralasciare gli interessi particolari sottostanti a precise scelte politiche).

Potrà sembrare curioso, o, a seconda dei punti di vista, sconfortante, che ottanta anni fa Keynes aveva già sconfessato quelle che sarebbero state le politiche economiche che, ottanta anni dopo, le istituzioni avrebbero attuato in risposta alla seconda più grande crisi del capitalismo: la Grande Recessione iniziata nel 2008. Questo dovrebbe sollevare qualche domanda circa la natura della scienza economica. Come sosteneva Thomas Kuhn, storico, filosofo ed epistemologo statunitense, nel suo celebre La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962), la scienza sociale non è un cumulo di conoscenze teso a rivelare la verità, quanto un’alternanza tra paradigmi teorici in concorrenza tra loro per accaparrarsi la posizione di egemonia.

Voi credete che se un secolo fa la scienza fisica avesse dimostrato l’invalidità di un certo teorema, questo si sarebbe conservato fino ai giorni nostri? Per argomentare la risposta banale a questa domanda retorica occorre indagare brevemente su cosa è e su cosa non è l’economia.

Prima ancora, c’è da avere bene chiaro che la domanda di ripensamento dell’economia che oggi parte dagli studenti di tutto il mondo non rappresenta un mero capriccio intellettuale, un esercizio della mente, ma risponde ad una quanto mai seria necessità storica e che quindi non può più rimanere inascoltata.

 

2. La natura della scienza economica

L’economia, fino a prova contraria, è annoverata tra le scienze sociali, ossia all’interno di quella vasta ed eterogenea famiglia comprendente le discipline che studiano l’essere umano e la società, in particolare l’origine e lo sviluppo delle società umane, le istituzioni, le relazioni sociali e i fondamenti della vita sociale[1]. Probabilmente questa definizione appare del tutto fuori luogo agli occhi di uno studente di economia se confrontata con l’oggetto di studio della materia che viene impartita oggi nelle università.

Difatti, nel corso dell’ultimo secolo è emersa una certa pretestuosa volontà di elevare l’economia ad un rango superiore rispetto alle altre scienze sociali, equiparandola alla fisica, all’astronomia, alla biologia e ad altre scienze matematiche, fisiche e naturali; le cosiddette “scienze dure”.

I fattori determinanti di questa metamorfosi della disciplina sono stati principalmente l’affermazione dell’economia marginalista e i connotati peculiari che la caratterizzano, in particolare (i) l’individualismo metodologico; (ii) la matematizzazione del linguaggio, frutto delle scoperte nel campo fisico della meccanica razionale e del positivismo ottocentesco; e (iii) la pretesa di poter spiegare con certezza scientifica per mezzo di strumenti matematici e statistici la realtà che ci circonda. Come sostiene l’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, in un suo recente libro, gli economisti vengono considerati i sacerdoti del nostro tempo che, mediante le loro leggi naturali, descrivono il comportamento della società presente e la ripartizione naturale del prodotto generato[2].

Innanzitutto, per comprendere cosa è o non è l’economia non bisognerebbe partire da una definizione che la ricolleghi ad una metodologia o ad un approccio teorico ben preciso, poiché queste non terrebbero conto della pluralità di approcci teorici sviluppatisi nel corso della storia, che differiscono molto sia in termini di linguaggio che di oggetto di studio[3]. Piuttosto, come sostiene Ha-Joon Chang, economista coreano di Cambridge, bisognerebbe partire dal suo stesso oggetto che è, per l’appunto, l’economia come insieme di mercati, merci e relazioni sociali, e confrontare le diverse teorie economiche sui fenomeni che in essa accadono.[4]

Un altro approccio alle teorie economiche è presentato da Amiya Kumar Dasgupta nel suo libro Le teorie economiche da Smith a Keynes (Mulino, 2013), che, a mio avviso, può essere integrato con l’idea di Thomas Kuhn delle rivoluzioni scientifiche.

Secondo l’economista indiano, in quanto scienza sociale, la teoria economica cerca di interpretare il funzionamento del sistema economico di una società storicamente determinata. Di conseguenza, la teoria economica è evidentemente influenzata dal contesto storico e geografico in cui prende forma e dalle problematiche economiche caratterizzanti una data società. Non c’è quindi da sorprendersi se determinate teorie economiche sono sorte in determinati contesti storici mirando a risolvere determinate problematiche economiche. D’altronde, come scriveva John Kenneth Galbraith, “le teorie economiche sono sempre e profondamente un prodotto dei tempi e dei luoghi; e non si può analizzarle prescindendo dal mondo che interpretano”[5]. Ed è alla luce di questa chiave di lettura che Dasgupta invita a studiare le diverse tradizioni teoriche. Ciò consentirebbe di capire le ragioni sottostanti la loro genesi, di valorizzarne al meglio il contenuto e le finalità, di comprenderne le potenzialità e le criticità. Seguendo questa linea, Dasgupta sostiene che “gran parte delle controversie che hanno tormentato la professione dell’economista per anni avrebbero potuto evitarsi se si fosse compreso che diversi sistemi di teoria economica che le epoche esprimevano venivano concepiti per rispondere a problemi di natura diversa”[6] .

A detta di Rethinking Economics questo pluralismo teorico e metodologico – unitesi a quello interdisciplinare – dovrebbe essere uno dei principi fondanti dell’insegnamento dell’economia nelle università: un insegnamento che tenga conto della pluralità delle scuole di pensiero e di come queste siano al loro interno “plurali”, ovvero, come queste si siano sviluppate e siano entrate in conflitto nello spiegare una realtà in mutamento.

Guardando l’economia così come Dasgupta ci invita a fare, andremo ora a ripercorrere tre epoche storiche che hanno visto l’affermazione di tre importanti scuole di pensiero economico, che hanno saputo meglio di altre cogliere ed interpretare le problematiche economiche allora esistenti.

 

3. Uno sguardo al passato: l’economia classica, marginalista e keynesiana

Consideriamo innanzitutto il secolo che va dalla seconda metà del Settecento alla seconda metà del secolo successivo. Quest’epoca parte con la Rivoluzione Industriale, fenomeno che ha suscitato un evidente interesse tra i teorici di quel tempo, i quali hanno potuto notare le opportunità, ma anche gli svantaggi, dell’affermarsi del sistema capitalistico e dell’enorme crescita che ne conseguiva, dopo millenni di sviluppo pressoché debole e costante. Gli economisti erano rimasti impressionati in particolare dai due volti contrastanti del capitalismo: il progresso e la povertà. La corrente di pensiero economico sviluppatasi in quegli anni – l’economia politica classica, i cui più importanti esponenti sono Smith, Ricardo, Malthus, Mill e Marx – andava così ad interrogarsi su come il reddito venisse prodotto e quindi il suo ricavato distribuito tra le classi sociali. Si tratta di una teoria della crescita e della distribuzione, in cui la produzione, il lavoro, l’accumulazione, l’innovazione sono posti al centro del ragionamento. Il lavoro è ciò che determina il valore delle merci e la ripartizione del surplus è oggetto di conflitto tra proprietari terrieri e capitalisti, o tra capitalisti e lavoratori.

La seconda epoca di riferimento va dalla seconda metà dell’Ottocento al 1936 – data importante per le ragioni che vedremo a breve – ed è caratterizzata dall’affermazione dell’economia marginalista, o neoclassica. In questo periodo storico, la crescita si era assestata ai livelli precedenti e non rappresentava più un fattore di estremo interesse per gli economisti, che cominciavano invece ad interessarsi alle ragioni sottostanti alla formazione dei prezzi relativi tra merci e tra tecniche produttive, per dati livelli di produzione. Per questi scopi, in effetti, la teoria classica del valore-lavoro era piuttosto debole. Il valore delle merci, secondo i marginalisti, è determinato dall’utilità marginale che queste sono in grado di procurare, date le preferenze individuali. Si capisce, quindi, che l’economia marginalista ribalta completamente l’oggetto di studio e il metodo di analisi: il focus passa dalle classi sociali agli individui. Questi, agenti dotati di razionalità perfetta e conoscenza illimitata che perseguono il proprio interesse utilitaristico, per mezzo dello scambio, fanno sì che l’economia raggiunga uno stato di equilibrio, al contempo  efficiente e socialmente ottimo, in prossimità del quale i prezzi sono tali da eguagliare la domanda e l’offerta di ogni settore dell’economia. Il problema distributivo non genera conflitto, dal momento che gli individui sono interessati esclusivamente alla propria utilità e non avrebbe senso paragonare quelle di due o più agenti. Invero, piuttosto che interessarsi agli altri, ciascun individuo farebbe meglio a pensare al proprio lavoro e alla propria produttività, perché è in base a quella che verrà a dipendere il reddito guadagnato.

Comune a entrambi le tradizioni teoriche è la cosiddetta Legge di Say (o legge degli sbocchi), che afferma che la produzione di merci genera una domanda sufficiente ad acquistare tutto il prodotto; i costi dei fattori impiegati nel processo produttivo rappresentano contemporaneamente il reddito col quale verranno acquistate le merci prodotte. In un mondo del genere non si potranno mai verificare crisi da domanda, o da sotto-occupazione – la disoccupazione è la conseguenza di una scelta volontaria da parte del lavoratore. Di fatto, queste non si verificarono in quel periodo storico, rafforzando il vigore scientifico della suddetta legge e allontanando le voci critiche provenienti già da alcuni esponenti della tradizione classica, in particolare da Malthus e Marx.Bisognerà aspettare la crisi del 1929, la seguente Grande Depressione e l’intuito di John Maynard Keynes per avere una teoria economica generale che escludesse la validità della legge di Say e riconoscesse al contempo la possibilità di crisi all’interno del sistema capitalistico[7].

Con il 1936 – data di pubblicazione dell’opera di Keynes Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta – inizia la terza epoca significativa per il pensiero economico che durerà fino agli anni Settanta: il keynesismo[8]. Il fenomeno fino a quel momento sconosciuto della “disoccupazione involontaria” rappresentava lo spunto da cogliere per mettere in mostra le debolezze dell’economia marginalista ancorata alla legge di Say. Keynes con lucidità e chiarezza seppe dimostrare come nella realtà il volume della produzione e dell’occupazione è determinato dalla domanda effettiva, e in particolare dalla sua componente autonoma dal reddito: gli investimenti, la variazione dei quali rappresenta il fattore determinante delle fasi del ciclo economico. Contrariamente a quanto pensano i classici, Keynes ritiene che gli investimenti non sono determinati dal risparmio, ma dal tasso di interesse e dall’efficienza marginale del capitale, ossia il valore attuale del reddito prospettico generato dall’investimento. Le aspettative sul futuro ricoprono quindi un ruolo centrale, sulla base delle quali l’imprenditore prende le sue decisioni. Tuttavia egli non sa come andranno gli affari nel corso del tempo, dacché nel mercato è l’incertezza a predominare. Questo spiega i motivi per cui gli imprenditori, qualora non ritengano sufficientemente probabile la realizzazione delle merci prodotte, non vanno ad effettuare quegli investimenti che sarebbero invece necessari per mantenere il livello d’occupazione vicino al pieno impiego. Da qui, l’economia, in assenza di un intervento pubblico volto a stimolare la domanda aggregata, si assesta in un equilibrio di sotto-occupazione che si protrae nel tempo.

 

4. Le sfide odierne

Nel corso degli anni Ottanta, in seguito alle crisi inflazionistiche che hanno caratterizzato il decennio precedente, è ritornata in auge la teoria neoclassica che, unitamente ad altri approcci teorici affini, va a comporre quello che viene definito il pensiero mainstream. A partire da quegli anni tale paradigma ha assunto un posizione dominante sia in ambito accademico che in quello politico-istituzionale. Tuttavia qualcosa è andato storto e il 2007 potrebbe rappresentare un nuovo anno di svolta per il pensiero economico. Difatti, con gli effetti della crisi finanziaria sotto gli occhi di tutti, un’altra crisi è passata quasi inosservata: la crisi teorica dell’economia e del suo stesso insegnamento.

“Sarebbe stato intellettualmente irresponsabile e politicamente poco saggio, pretendere che la crisi non cambiasse le nostre visioni riguardo al modo in cui funziona l’economia”[9]. Queste sono le parole che lo scorso agosto Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, nonché autore del più diffuso manuale di macroeconomia, pronunciava in una intervista pubblicata sul blog del FMI. “Perciò – continua Blanchard -, ripensare, o espandere i limiti dell’economia non è stata una scelta, ma una necessità”.

Venendo ai giorni nostri, un economista dovrebbe interrogarsi su quali siano le problematiche economiche che affliggono la nostra società e quali teorie economiche rispondono a questi problemi. Anche in questo caso Keynes può tornarci d’aiuto. Pur scrivendo in un’epoca ormai lontana e radicalmente differente, le problematiche che analizzava erano grosso modo le stesse. Sempre nel suo opus magnum, Keynes scriveva come i difetti più evidenti della società economica nella quale viveva fossero l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi[10]. A queste, oggi, si potrebbe aggiungere l’instabilità finanziaria, il cambiamento climatico, le nuove sfide derivanti dalle innovazioni tecnologiche e dalla meccanizzazione del lavoro ecc.

In seguito alla crisi finanziaria la ricerca scientifica ha iniziato a tenere il passo con questo nuovo genere di sfide. Tuttavia, sia le università che gli ambienti politici manifestano una certa resistenza al cambiamento riservando ancora uno spazio privilegiato al pensiero mainstream, incuranti delle criticità che questo ha evidenziato nel non saper prevenire e correggere la crisi. Lo stesso Dasgupta si interroga sulla validità della teoria neoclassica nel rispondere a certi problemi, affermando che “se il metodo marginalista non è in grado di spiegare la crescita di un sistema economico come successione nel tempo, non si deve discutere di tale carenza: il metodo non è stato concepito per questo fine. E’ già un risultato apprezzabile che esso riesca a spiegare come i prezzi e le produzioni di singoli beni sono determinati sul mercato.”[11] Di conseguenza, è necessario guardare altrove. Per cominciare, occorre dare agli studenti la possibilità di spostare il proprio sguardo verso un insegnamento pluralista dell’economia: un pluralismo teorico, metodologico e interdisciplinare, in linea con i principi e valori di Rethinking Economics.

 

Note:

[1] Scienze sociali in “Enciclopedia delle Scienze Sociali” – Treccani, treccani.it.

[2] Y. Varoufakis (2015)

[3] E’ assai comune trovare nei manuali di testo o in varie pubblicazioni la definizione di economia come “scienza che studia la condotta umana nel momento in cui, data una graduatoria di obiettivi, si devono operare delle scelte su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi”. Questa definizione è quella proposta da Lionel Robbins negli anni Venti del secolo scorso, poi accettata universalmente senza riserve dall’accademia. Ma sarebbe sbagliato considerare questa definizione come La definizione di economia, poiché essa sottointende uno specifico approccio teorico – quello neoclassico – ed economisti appartenenti ad altre correnti di pensiero non la condividerebbero. Per esempio,quasi un secolo prima David Ricardo considerava che il problema principale dell’economia politica fosse di determinare come il prodotto della terra venisse ripartito tra rendita, profitti e salari.

[4]  Ha- Joon Chang (2014)

[5] J. K. Galbraith (1985)

[6] A. K. Dasgupta (1985)

[7]  Anche se prima di lui, oltre a Malthus e Marx, anche l’economista polacco Michail Kalecki aveva raggiunto simili conclusioni.

[8] Tuttavia, come sostiene Luigi Pasinetti (2010), la rivoluzione keynesiana non fu mai veramente compiuta, nonostante il grande ricorso alla politica economica espansiva per superare le devastazioni dovute alla seconda guerra mondiale. In ambito accademico la posizione dominante l’assunse la “sintesi neoclassica”, o  se vogliamo il “keynesismo bastardo”.

[9] http://www.imf.org/external/pubs/ft/survey/so/2015/RES083115A.htm. Traduzione dell’autore.

[10] “I difetti più evidenti della società economica nella quale viviamo sono l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi.” Keynes (1936)

[11]  Dasgupta A. K. Ibidem

 

Bibliografia:

Chang H-J. (2014), Economics: the user’s guide, A Pelican Introduction, London

Dasgupta A. K. (1985), Epochs in Economic Theory, trad. it. La teoria economica da Smith a Keynes, Il Mulino, Urbino 2013

Galbraith J. K. (1987), Economics in Perspective, trad. It. Storia dell’economia, Rizzoli, Milano 2015

Keynes J.M. (1926), La fine del laissez-faire, compare in La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, Torino 2013.

Keynes J.M. (1936), The General Theory of Employment, Interest and Money, trad. it. La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, Torino 2013.

Kuhn T. (1962), The Structure of Scientific Revolutions, trad. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1999

Pasinetti L. L. (2009), Keynes and the Cambridge Keynesians: A ‘Revolution in Economics’ to be Accomplished, trad. it. Keynes e i keynesiani di Cambridge, Laterza, 2010

Varoufakis Y. (2015), E’ l’economia che cambia il mondo, Rizzoli, Milano

 

Informazioni su Enrico Turco

Studente del Master in Economics presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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