L’insostenibile leggerezza dell’equilibrio

16 dicembre -

equilibrio

 

Uno dei più grandi errori che ha prodotto il confondere l’economia con una scienza naturale, è sicuramente l’ossessionante ricerca di un punto di equilibrio.

 

Assumere che l’economia sia un sistema stabile – quindi diretto verso una condizione di equilibrio – è una scelta di comodo che gli economisti abbracciano sacrificando così la realtà economica sull’altare della praticità e della trattazione metodologica (1).

 

Nella costruzione dei modelli, il fine di ogni economista è quello di individuare una condizione di equilibrio che sia inconfutabile. Dopo essersi accertato che, sotto alcune circostanze, l’equilibrio esiste, l’economista spende altro tempo divertendosi a delinearne le proprietà. Quindi si chiede se l’equilibrio sia unico, se sia ottimale – Pareto- efficiente – e, infine, se sia stabile. Per riuscire nell’impresa di costruire un modello inattaccabile dal punto di vista puramente formale, l’economista fa uso di strumenti matematici sofisticati, che però lo allontano sempre di più dal suo reale oggetto di indagine, ossia l’agire umano (2). Se infatti una tale impalcatura aiutasse a comprendere le relazioni che sussistono tra diversi agenti, non verrebbe in nessun modo messa sotto accusa.

 

Ma finché i modelli economici saranno basati su assunzioni e ipotesi (3) senza alcuna attinenza con il mondo reale, la portata e l’importanza della teoria che si vuole provare saranno trascurabili. Di conseguenza, tutte le energie sprecate per dimostrare che un equilibrio realmente esiste risulteranno vane.

 

Molti economisti rispondo a questo punto asserendo che il fine di un modello non è quello di imitare la realtà, ma bensì di costruire un benchmark da utilizzare per fare dei confronti con essa.

 

A prima vista potrebbe sembrare una risposta acuta, ma seguendo questa logica, allora, per cercare di comprendere l’agire umano, dovremmo studiare il comportamento degli unicorni. È uno spreco di energie intellettuali totalmente insensato.

 

Tuttavia, molti economisti ancora rimangono chiusi nelle loro “torri d’avorio” ed è proprio per questa ragione che l’economia negli ultimi anni è diventata sempre più una religione piena di dogmi che una scienza.

 

Sebbene l’evidenza empirica abbia ampiamente dimostrato che l’economia sia un sistema estremamente complesso, l’idea di un’economia stabile si è rinforzata sempre di più nelle menti e nei lavori dei diversi accademici.Per avere un’idea di quant’attenzione gli economisti diano allo studio dell’equilibrio economico, basta calcolare il numero di volte che la parola “equilibrium”(4) è presente in pubblicazioni scientifiche: 120.861 volte. Un numero di per sé non dice molto. Ho, perciò, voluto confrontarlo con un altro: il numero di volte che la parola “inequality” era presente nelle pubblicazioni. Il risultato è allarmante: 65.194 volte. Se ipotizziamo che ogni articolo scientifico sia frutto di un’idea, per ogni idea sull’ineguaglianza un’economista ha quasi due idee – non sempre uguali – sull’equilibrio. Alla luce di ciò, risulta scontato chiedersi perché il mondo accademico sia così tanto affascinato da un argomento come l’equilibrio. Due potrebbero essere le motivazioni principali.

 

Il primo fattore è sicuramente la formazione accademica. L’università moderna continua a insegnare ai propri studenti modelli impenetrabili, privi di qualunque attinenza con la realtà. In questo modo  professori e ricercatori del domani ricevono una formazione solamente quantitativa e non sono in grado di spaziare tra diverse scienze sociali per comprendere l’effettivo comportamento umano. L’università, ai suoi più alti livelli, invece di promuovere il più ampio pluralismo possibile, ha prodotto un unico modo di pensare, totalmente miope e chiuso su stesso.

 

Il secondo fattore è la possibilità di guadagnare prestigio e fama nel mondo accademico. L’adagio in molte università, specialmente di lingua anglo-sassone, è “publish or perish”. Per accedere a università più prestigiose bisogna, tra le altre cose, vantare una serie di pubblicazioni in notevoli riviste accademiche. Tuttavia per essere pubblicati da tali giornali, bisogna produrre scoperte in settori che il mondo accademico ritiene importanti. Per questa ragione, anche i più giovani professori continuano a specializzarsi in argomenti che hanno solamente una rilevanza nel mondo accademico.

 

È importante non ridurre tale questione a semplice dibattito tra accademici, in quanto i costi sociali che derivano dall’attuazione di questi modelli sono sotto i nostri occhi ogni giorno. Decisioni di politica economica prese con l’ausilio di modelli, che risultano essere validi solamente in un contesto di equilibrio generale, non saranno mai in grado di essere realmente efficaci, in quanto la realtà economica è governata da forze e interazioni che non sono in nessun modo assimilabili a quelle fisiche.

 

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(1)Lo stesso Milton Friedman riteneva ovvio che l’economia fosse un’entità stabile, altrimenti il lavoro di tutti gli economisti sarebbe stato inutile. (http://economics.mit.edu/files/6988)

 

(2) Uno dei motivi per cui l’economia è divenuta sempre più matematica sta, a mio avviso, nel fatto che gli economisti non hanno la possibilità di provare le loro teorie in “laboratorio”. L’unica possibilità è quella, quindi, di fare un uso eccessivo di nozioni matematiche al fine di fornire un’infrastruttura che cerchi di replicare comportamenti umani. Poiché l’agire umano non è un sistema che può essere soggetto a qualsiasi formula matematica, crolla anche qualsiasi teoria che si fonda su di esso. Si è giunti così alla situazione in cui il rigore matematico ha ucciso qualsiasi forma di intuizione economica.

 

(3)Prendiamo, ad esempio, i teoremi che assicurano la presenza di un equilibrio generale ideati da Ken Arrow e Gerard Debreu. Essi affermano che grazie ad una serie di vettori di quantità di beni e di prezzi, i mercati sono in grado di raggiungere sempre una condizione di equilibrio. In parole povere ciò vuol dire che i mercati si “puliscono”, ossia nessun venditore avrà dei beni invenduti. Vediamo quali sono le assunzioni di questo modello: (a) mercati competitivi (perfetta concorrenza, nessun agente è così grande da distorcere i prezzi); (b) mercati differenti in diversi luoghi (il mercato del latte a Roma è diverso da quello di Milano); (c) forward markets (è possibile comprare/vendere del latte due anni da oggi in qualsiasi mercato del mondo); (d) ogni agente ha una totale conoscenza del futuro (ogni agente sa benissimo cosa succederà a suo nipote, ancor non nato, tra dieci anni). Se queste ipotesi sono verificate allora avremo un equilibrio su tutti i mercati. Ovviamente quasi nessuna di queste ipotesi è lontanamente realistica e non c’è, quindi, alcuna forma di equilibrio nei diversi mercati.

 

(4)Tali informazioni sono state prese dal più grande e libero sito di pubblicazioni scientifiche in ambito economico (https://ideas.repec.org)