Bretton Woods: Un sistema viziato dal principio

26 settembre -

gold

 

Gli anni del secondo conflitto mondiale furono caratterizzati da un elemento ai più sconosciuto, o ignorato: un via-vai di proposte per riformare il sistema monetario internazionale e la nuova politica commerciale mondiale. I principali economisti dell’epoca, infatti, erano “concordi nel ritenere che tra le cause dell’immane conflitto” vi fossero “le politiche economiche seguite dalle varie Nazioni del mondo”[1] nel periodo fra le due guerre, nonché i loro squilibri economici. Partendo da questi elementi comuni, Stati Uniti e Regno Unito iniziarono a lavorare alle proposte che avrebbero costituito i presupposti della conferenza di Bretton Woods. Questo articolo si propone di presentare i due progetti di riforma del sistema monetario internazionale, analizzando poi le contraddizioni di fondo dei risultati raggiunti dalla conferenza. Partendo dalle sue radici, infatti, risulterà chiaro perché il sistema monetario generato a Bretton Woods abbia fallito.

 

La stesura della proposta inglese fu affidata a John Maynard Keynes, mentre Harry Dexter White si occupò del progetto americano. Il primo delineava un “sistema di compensazione multilaterale”, basato sulla creazione di una “moneta universale[2] che avrebbe dovuto impedire il crearsi degli squilibri finanziari che, per l’economista inglese, erano tra i motivi principali del conflitto. Questa valuta avrebbe reso la relazione commerciale un baratto, così da evitare la creazione di debiti e crediti tra gli Stati: la quantità di valuta derivata dalle vendite in un Paese non doveva essere accumulata, bensì spesa per l’acquisto di merci in altri Stati.  Il bancor (questo era il nome della moneta ideata da Keynes) sarebbe stato definito in termini di oro, e accettato da tutti i Paesi partecipanti all’accordo come strumento di pagamento dei debiti internazionali. Ogni banca centrale nazionale avrebbe poi avuto un conto all’interno di una International Clearing Bank, che assumeva le sembianze di una “banca di compensazione internazionale”[3], attraverso la quale gli Stati avrebbero avuto la possibilità di saldare i debiti contratti in valuta, facendo riferimento alle parità precedentemente stabilite rispetto al bancor. L’idea centrale era quella di riprodurre a livello internazionale il principle of banking nazionale, cioè l’uguaglianza delle attività e delle passività aggregate.

 

Contemporaneamente alla formulazione della proposta britannica, anche gli Stati Uniti delineavano un loro progetto di riforma del sistema monetario internazionale. A detta di White, i problemi da fronteggiare una volta terminato il conflitto mondiale erano: prevenire il collasso del sistema del credito e dei cambi esteri, assicurare la restaurazione del commercio internazionale e far fronte all’enorme bisogno di capitali per la ripresa economica mondiale. A tal proposito, l’economista statunitense riteneva “vitale”[4] una collaborazione internazionale in campo monetario e bancario in grado di dar forma a due istituzioni: l’International Stabilization Fund e la Bank for Reconstruction and Development of the United and Associated Nations. La prima si sarebbe occupata di fornire gli strumenti necessari alla stabilizzazione dei tassi di cambio e rafforzare il sistema monetario delle Nazioni Unite, la seconda avrebbe invece avuto i mezzi e il potere adeguati per favorire la ricostruzione economica, facilitare e velocizzare la transizione da un’economia di guerra a una di pace, e stimolare il commercio e la produttività internazionale. La necessità primaria per White era di creare un fondo monetario attraverso i contributi di ciascuno Stato membro (quota) che avrebbe permesso anche gli Stati in deficit di affrontare le obbligazioni internazionali. Una parte considerevole di tale quota (il 50, il 40 o il 30% a seconda delle performance economicheei diversi Paesi membri) sarebbe dovuta essere versata in oro. Veniva anche proposta la creazione di una valuta internazionale (unitas) con la quale esprimere i conti dei singoli Stati all’interno del Fondo. Il valore di tale valuta, da configurarsiome un’unità di conto internazionale, sarebbe stato di 8,88 grammi di oro fino. In questo modo, il biondo metallo avrebbe assunto la funzione di strumento unico di riserva internazionale.

 

Arrivando adesso all’esame dei risultati raggiunti dalla conferenza, la prima cosa sulla quale occorre focalizzare l’attenzione è la struttura delle istituzioni che sono arrivate fino ai nostri giorni. Basta un primo sguardo generale per accorgersi di come esse non abbiano nulla a che vedere con il progetto di riforma keynesiano, e che anzi sembrano incarnare sostanzialmente quelle progettate da White: un Fondo che si occupi delle operazioni a breve termine e una Banca Internazionale che si dedichi a progetti di medio-lungo termine, entrambe dotate di capitali effettivamente versati dai Paesi membri, al fine di raggiungere degli obiettivi prefissati. Tuttavia, un’analisi più dettagliata rivela che un elemento centrale nel piano di Harry Dexter White è stato di fatti tradito. L’ipotesi di una moneta internazionale (unitas) che compare nella seconda versione del piano qui presentata viene messa da parte, rimpiazzata dal dollaro americano. All’interno del piano statunitense mai si era fatto accenno a tale possibilità, nemmeno nelle discussioni preliminari. In questo modo, l’inserimento di una apparentemente innocua frase all’interno della sezione I dell’articolo IV del Fondo Monetario Internazionale ha caratterizzato il futuro sistema monetario mondiale.

 

[T]he par value of the currency of each member shall be expressed in terms of gold as a common denominator or in terms of the United States dollar of the weight and fineness in effect on July 1, 1944”.

 

Questa misteriosa “postilla di mano ignota[5], come le definisce Luca Fantacci, non solo ha spazzato via l’unitas così come il bancor, ma ha fatto di una moneta nazionale una moneta internazionale: la clausola ha reso il dollaro un’unità di conto mondiale, facendolo diventare una valuta di riserva al fianco dell’oro. Ciononostante, il fatto che il dollaro sia diventato una moneta internazionale non deve sembrare un atto coercitivo da parte degli Stati Uniti: sono stati gli altri Stati ad accettarne volontariamente l’uso come mezzo di pagamento. Evidentemente, la facoltà data in questo modo agli Stati Uniti di spendere e investire attraverso la creazione di liquidità faceva comodo alle altre Nazioni che erano destinatarie di tali operazioni. Nel dopoguerra, con gli Stati europei devastati economicamente e diventati importatori netti, l’insufficienza di dollari nelle casse delle varie banche centrali si traduceva in una generale crisi di liquidità (dollar shortage[6]). Per far fronte al problema, gli Stati Uniti iniziarono a pompare liquidità al sistema internazionale attraverso un “trasferimento di dollari di dimensioni mai viste nel passato”[7]. Se tra il 1946 e il 1949 gli USA registrarono un saldo attivo, dal 1950 in poi iniziò quell’era dei disavanzi che ha caratterizzato il sistema monetario internazionale fino ai giorni nostri. Il sistema di Bretton Woods quindi, ha trasformato il Paese creditore per eccellenza fino a quel momento, in un Paese debitore. Ciò significa che, l’utilizzo di una moneta come valuta di riserva internazionale può causare dei conflitti di interesse, specialmente tra obiettivi interni e obiettivi internazionali di lungo termine. Gli USA, in un regime di gold-dollar standard, hanno dovuto fornire un apporto supplementare di dollari per soddisfare la domanda di valuta di riserva, che li ha portati a registrare un deficit di conto corrente. In questo scenario, accettando crescenti disavanzi delle partite correnti, hanno di fatto visto indebolire la “fiducia” nella solidità della propria moneta. La presenza di una quantità “spropositata” di dollari nel sistema aveva, infatti, causato fenomeni speculativi: i mercati avevano iniziato a “scommettere contro il dollaro” per effetto del persistente disavanzo delle partite correnti, che avrebbe potuto portare ad una svalutazione. Sostanzialmente, gli Stati Uniti avevano meno oro di quello che risultava impresso nella moneta fiduciaria, tant’è che nel 1971 hanno dovuto sospendere la piena convertibilità in oro. Come ha evidenziato Nicholas Kaldor, in questo modo gli altri Stati vendevano merci agli Stati Uniti in cambio di dollari[8], ma ciò poteva andare bene fino a quando si fosse continuato ad aver fiducia in quei dollari. Nelle parole di Robert Triffin, il problema di tale meccanismo risiede proprio nell’aver affiancato all’oro una valuta a esso complementare[9]. Porre il dollaro come moneta internazionale ha creato una situazione di profonda conflittualità nella quale si è costretti a scegliere fra stabilità e crescita: se si vuole assicurare la seconda è infatti necessario rifornire il sistema di liquidità attraverso i dollari, facendo aumentare il deficit degli Stati Uniti; se al contrario si ricerchi la stabilità e il mantenimento costante della convertibilità del dollaro in oro, si dovranno attuare delle misure volte a ridurre il disavanzo americano. Inoltre, qualora si scelga la prima strada, si aggraveranno le inquietudini circa la stabilità del dollaro connesse alla sempre maggiore presenza della moneta americana all’interno delle banche centrali estere e all’indebitamento crescente degli Stati Uniti.

 

Nonostante i difetti elencati, è doveroso sottolineare come il sistema monetario creato a Bretton Woods abbia creato le premesse per lo sviluppo del commercio e della cooperazione internazionale. Nel ventennio fra il 1950-70 il commercio internazionale ha conosciuto livelli di crescita mai sperimentati nel passato. Durante l’”età dell’oro del liberalismo internazionale”[10] nei primi del Novecento, il tasso di espansione annuale oscillava fra il “3 ed il 4%”[11]; nel periodo preso in considerazione la media si è alzata fino al 7,1%[12]. Non si vuole con ciò argomentare che il sistema monetario creato a Bretton Woods sia stato la causa principale di tale crescita. Tuttavia, la logica multilaterale e di cooperazione internazionale che ne ha ispirato la formazione, con il relativo abbandono dei rapporti bilaterali, ha dato il via a una serie di successivi strumenti di collaborazione internazionale. Il GATT, la CECA e la CEE sono alcuni tra i trattati multilaterali che hanno spinto il commercio internazionale verso vette mai raggiunte prima, e che hanno a loro volta ispirato organizzazioni economiche e politiche nuove come il Mercosur, l’ASEAN e la stessa Unione Europea. Se il progresso economico di domani passerà ancora attraverso queste organizzazioni internazionali, lo si dovrà anche a Bretton Woods, dove, per la prima volta dopo lo sconvolgimento dei conflitti mondiali, gli sterili rapporti bilaterali hanno lasciato il posto alla prolifica logica multilaterale.

 

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Note

 

[1] U .Sacchetti, Bretton Woods e i Piani Monetari Internazionali, Roma, Edizioni Italiane, 1947 p.11

[2] J.M. Keynes Presentazione alla camera dei Lords in Eutopia, proposte per una moneta internazionale a cura di L. Fantacci, Milano, et.al/Edizioni, 2011 p.134

[3] J.K. Horsefield The International Monetary Fund 1945-1965, Volume I Chornicle, Washington D.C., 1969

[4] J.K. Horsefield The International Monetary Fund 1945-1965, Vol. III Documents, Washington D.C., 1969, p. 39.

[5] L. Fantacci Motivi e conseguenze di una riforma mancata in Eutopia, proposte per una moneta internazionale a cura di L. Fantacci, Milano, et.al 2011, p.149

[6] Sull’argomento si veda: R. Triffin, Europe and the Money Muddle, New Haeven 1957 e C. Bresciani-Turroni, Corso di economia politica, Milano, 1962

[7] G. Stammati Il Sistema Monetario Internazionale, Torino, Boringhieri, 1973, p.56

[8] N. Kaldor, The Sea Change of the Dollar, in The Times, Londra, 6 settembre 1971

[9] Sull’argomento si veda il dilemma di Triffin in R. Triffin, Gold and the Dollar Crisis: The future of convertibility, 1960

[10] R. Findlay e K. O’Rourke, Power and Plenty, Princeton University Press, Princeton, 2009, p.424

[11] G. Stammati op.cit. p.39

[12] International Monetary Fund, International Financial Statics ultima consultazione 24/06/2014 http://elibrary-data.imf.org/FindDataReports.aspx?d=33061&e=169393