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Per ricordare il prof. Augusto Graziani, maggiore esponente in Italia della teoria del circuito monetario, che ci ha lasciati ieri, 5 gennaio 2014, riproponiamo un estratto da un suo articolo del 1985 pubblicato sulla rivista Azimut.

 

“Se il settore pubblico viene gestito in pareggio, e cioè la spesa pubblica è coperta con le imposte, il settore pubblico non aggiunge e non toglie una lira di liquidità, si limita a prendere da una parte e a spendere dall’altra; le imprese ottengono liquidità aggiuntiva soltanto dal settore bancario con il conseguente indebitamento. Quando invece c’è un disavanzo nel settore pubblico, finalmente è lo Stato che s’indebita verso la Banca Centrale, con un allargamento della base monetaria, o si indebita verso i risparmiatori, aumentando la velocità di circolazione della moneta.

 

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Il 28 ottobre è comparso sul Guardian un articolo di Aditya Chakrabortty molto critico verso i cosiddetti economisti mainstream, accusati di essere tra i principali responsabili del radicamento delle elité all’interno della società moderna. Il punto centrale dell’articolo è che, nella Gran Bretagna del Post-Crash le élite, che non hanno impedito l’avvento della crisi stanno mantenendo comunque il potere, pur mancando della credibilità per esercitarlo.

 

In questo scenario i sostenitori della Grande Moderazione, “armati di PhD”, avrebbero dovuto essere screditati ampiamente dopo il crash economico. Ma dopotutto, il cambiamento più significativo non è stato altro che un documentario di Charles Ferguson che mostrava come le menti più brillanti delle università americane fossero stati pagati dalla “Big Finance” per pubblicare ricerche che supportassero i loro stessi finanziatori. E per quanto riguarda i principali corsi di laurea in economia? Sono rimasti gli stessi per un semplice motivo: gli alti sacerdoti dell’economia rifiutano di riconoscere che il mondo è cambiato.

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Il più grande partito di centrodestra francese, l’UMP (Union pour un mouvement populaire), fu ridotto al bicefalismo dopo che la sconfitta di Nicolas Sarkozy alle presidenziali nel 2012 non ha saputo far sovrastare uno dei due aspiranti successori – Jean-François Copé e François Fillon – sull’altro. Il 18 dicembre, nonostante i travagli dovuti alle diverse correnti interne, è riuscito a porre una sorte di armistizio che prende la forma di un programma economico in stato di necessità. Un punto d’accordo per entrambi i contendenti, “una fiamma” per dirla come Copé, a cui ha partecipato con entusiasmo anche il compagno di partito Fillon.

Il documento s’intitola “Misure d’urgenza per raddrizzare la Francia” e parte dalla constatazione di tre indicatori catastrofici, ciò che c’è appunto da raddrizzare: il tasso di disoccupazione (10.9%), il deficit commerciale di 67.2 miliardi di euro e infine il prelievo fiscale, pari al 46.5% del Pil, 9 punti percentuali in più di quello tedesco.

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Le ragioni.

 

Nell’inverno del 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la regina Elisabetta d’Inghilterra chiese a una sala gremita di professori della London School of Economics come fosse possibile che nessuno avesse previsto questa crisi. L’imbarazzo dei professori nel trovare una risposta di fronte a una domanda tanto semplice nella formulazione quanto complessa nella sua soluzione, portò molti a nutrire numerosi dubbi nei confronti dell’economia cosiddetta “mainstream”, dominante nei syllabus universitari.

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